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Accadde
oggi..
| Stefania Sandrelli |
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(Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.)
Stefania Sandrelli (Viareggio, LU, 5 giugno 1946) è un'attrice italiana che ha lavorato con registi come Germi, Bertolucci, Scola, Monicelli, Salce, Muccino e Brass.
Gli esordi
Appena quindicenne vince il concorso di bellezza Miss Cinema di Viareggio ed entra nel mondo del cinema accanto a Ugo Tognazzi nel film Il federale (1961) diretto da Salce e ottiene un buon successo con un capolavoro della commedia all'italiana come Divorzio all'italiana (1961) di Germi, affiancata da Marcello Mastroianni; sarà proprio questo regista a donarle la notorietà in Sedotta e abbandonata (1964). Durante questi anni incontra Sylva Koscina sul set di Il fornaretto di Venezia: tra le due nascerà una forte amicizia.
A 16 anni si fidanza con Gino Paoli e nel 1964 nasce la loro figlia Amanda. Lavora nel capolavoro di Antonio Pietrangeli Io la conoscevo bene (1966) e ne L'amante di Gramigna (1968) con Gian Maria Volontè di Carlo Lizzani.
Il trionfo
Dagli anni Settanta agli anni Novanta Stefania Sandrelli partecipa a numerosi film d'autore e di qualità. Dopo Loren, Mangano e Cardinale viene considerata da parte della critica la più grande attrice italiana[citazione necessaria].
Lavora nel Il conformista (1970) di Bernardo Bertolucci, in Brancaleone alle Crociate (1970) accanto all'istrionico Gassman, nell'ultimo film di Germi Alfredo, Alfredo (1972) duettando magnificamente con Dustin Hoffman, nel capolavoro di Ettore Scola C'eravamo tanto amati (1974) una storia che ripercorre 30 anni di storia, attorniata da Manfredi, Gassman, Satta Flores, Giovanna Ralli, Fabrizi e, nella parte di loro stessi, Mastroianni, Fellini, De Sica e Mike Bongiorno; e in Novecento (1976) di Bertolucci con De Niro, Depardieu, Alida e Romolo Valli, Burt Lancaster, Sterling Hayden e Francesca Bertini.
Continua con gli episodi L'ascensore e Sarò tutta per te, inseriti rispettivamente in Quelle strane occasioni (1976) e Dove vai in vacanza? (1978), e con i film L'ingorgo (1979) e La terrazza (1980), l'ultimo nuovamente di Scola, Eccezzziunale... veramente (1982). A quasi 40 anni mostra tutta la sua sensualità ne La chiave (1983) di Tinto Brass recita accanto a Lea Massari e Alida Valli in Segreti, segreti (1984) e nel cast al femminile di Speriamo che sia femmina (1985) con Catherine Deneuve, Liv Ullman e Giuliana De Sio. Ritorna diretta dal fedele Scola in La famiglia (1987), diretta da Francesca Archibugi in Mignon è partita (1988) e da Franco Brusati ne Il male oscuro (1989).
Gli anni Novanta e successivi
Dagli anni Novanta, mentre partecipa con successo anche a serie televisive (Il maresciallo Rocca, Il bello delle donne), al cinema si distinguono le prove di Prosciutto prosciutto (1992) di Bigas Luna, Io ballo da sola (1996) di Bernardo Bertolucci e principalmente La cena (1998) di Scola e il cult L'ultimo bacio (2001) di Muccino. Seguono, nel 2003, La vita come viene e Un film parlato.
Il 10 settembre del 2005 ha ricevuto il Leone d'Oro alla carriera alla 62a Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.
Nel 2007, a più di vent'anni dal film L'attenzione in cui erano apparse per la prima volta insieme, recita assieme alla figlia Amanda in una fiction dove entrambe sono protagoniste: si tratta di Io e mamma, serie in sei puntate per Canale 5.

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| MASSIMO
TROISI |
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Nasce il 19 febbraio del 1953 a San Giorgio a Cremano, una ridente cittadina a quattro chilometri da Napoli. Cresce in una famiglia numerosa: nella sua stessa casa, infatti, abitano, oltre ai suoi genitori ed ai suoi cinque fratelli, due nonni, gli zii ed i loro cinque figli.
Ancora studente comincia ad interessarsi al teatro, iniziando a recitare in un gruppo teatrale "I Saraceni", di cui facevano parte Lello Arena, Enzo Decaro, Valeria Pezza e Nico Mucci. Nel 1972 lo stesso gruppo fonda il Centro Teatro Spazio all'interno di un ex garage a San Giorgio a Cremano, dove in principio si mandava in scena la tradizione del teatro napoletano, daViviani a Eduardo. Nel 1977 nasce la Smorfia: Troisi, Decaro ed Arena cominciano a recitare al Sancarluccio di Napoli ed il successo teatrale ben presto si trasformerà in un grande successo televisivo.
Cronologicamente, però, il successo arriva prima alla radio con "Cordialmente insieme" e successivamente in televisione nel 1976 con la trasmissione "Non stop" e nel 1979 con la trasmissione "Luna Park". Sono di quegli anni gli sketch dell'Arca di Noè, dell'Annunciazione, dei Soldati, di San Gennano tra gli altri. L'ultimo spettacolo teatrale de La smorfia è Così è (se vi piace).Dal 1981 comincia per Massimo l'avventura anche nelle sale cinematografiche con il primo film in cui è regista e protagonista "Ricomincio da tre". Un vero e proprio trionfo di critica e di pubblico.
Nel 1984 è a fianco dell'irresistibile Benigni, sia come regista che come attore, nel film "Non ci resta che piangere". E' del 1985 invece la curiosa interpretazione di "Hotel Colonial" di Cinzia Torrini. Passano due anni (1987) ed è ancora una volta impegnato in prima persona, dietro e davanti alla macchina da presa con il film "Le vie del Signore sono finite". Tre film di Ettore Scola lo vedono in questi ultimi anni impegnato di nuovo come attore: "Splendor" (1989); "Che ora è" (1989), che gli ha fatto vincere il premio come migliore attore (in coppia con Marcello Mastroianni) alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, "Il viaggio di Capitan Fracassa" (1990). Con "Pensavo fosse Amore... invece era un calesse" (1991) di cui è anche autore e interprete, Troisi firma la sua quinta regia cinematografica.
Il 4 giugno 1994, ad Ostia (Roma), Troisi muore nel sonno a causa del suo cuore malato, ventiquattro ore dopo aver terminato le riprese de "Il postino" diretto da Michael Radford, il film che aveva amato di più.
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| Andrés Segovia |
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Andrés Segovia (21 febbraio 1893 - 3 giugno 1987) fu un maestro spagnolo della chitarra classica, generalmente considerato come il più importante sviluppatore della tecnica e dello studio della chitarra classica di sempre.
La sua prima apparizione avvenne in Spagna all'età di sedici anni, e pochi anni dopo tenne il suo primo concerto professionistico a Madrid, suonando una trascrizione per chitarra di Francisco Tárrega e alcune che aveva sviluppato per conto suo, di Johann Sebastian
Bach.
Lavorando assieme ai liutai, aiutò a creare la "moderna" chitarra classica, introducendo le corde in nylon, che sono in grado di produrre un timbro più consistente e un volume più alto.
La figura di Segovia è fondamentale per la storia della chitarra classica, in quanto ha portato questo strumento alla popolarità anche nella musica classica, dove era stato in precedenza ignorato perché "troppo popolare".
Alle carenze di repertorio supplì lo stesso Segovia, che non solo fu autore di numerose trascrizioni, ma che per mezzo della sua popolarità ottenne che molti compositori a lui coevi scrivessero molti pezzi originali, di cui fu dedicatario: dopo una tournée in America nel 1928, divenne ben presto famoso come "il chitarrista", e musicisti come Heitor Villa-Lobos, Mario Castelnuovo-Tedesco, Joaquin Rodrigo, Manuel Ponce, Joaquin Turina e Manuel de Falla iniziarono a scrivere per lui (e per la chitarra). Nella storia dello strumento a questi compositori si dà infatti il nome di Compositori segoviani.
La tecnica veniva raffinata anche grazie al suo tocco brillante, che rimane ancora oggi un termine di paragone. La sua musica ha ispirato moltissimi cantanti e musicisti come Ed
Gerhard.
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Referendum
istituzionale del 1946
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Il 2 giugno 1946 in Italia si svolse il primo Referendum istituzionale. Gli italiani furono chiamati a scegliere tra repubblica e monarchia.
Il voto fu per la prima volta in Italia a suffragio universale e l'affluenza fu del 89,1% degli aventi diritto.
La campagna referendaria fu alquanto accesa. Tutti i partiti di sinistra (PCI, PSI, PRI), si espressero apertamente a favore del sistema repubblicano, il PLI appoggiò la Monarchia, mentre la Democrazia Cristiana lasciò libertà di voto, anche se fece proprio il sistema repubblicano. La scelta della DC fu dovuta dalla necessità di non far spostare le masse contadine meridionali, a larghissima maggioranza monarchiche, verso i partiti monarchici o qualunquisti e poter, così, assicurarsi un ampio consenso nelle contestuali elezioni
parlamentari [citazione necessaria].
La scelta della DC risultò vincente. L'Italia, infatti, si divise in due non politicamente, ma geograficamente. Basti pensare a regioni "bianche", dove cioè prevaleva il voto cattolico a favore della DC, come il Veneto, il Trentino, la Calabria e la Basilicata. Nelle prime due, si affermò la DC alle elezioni parlamentari e la Repubblica nel referendum, nelle ultime due, invece, prevalsero DC e Monarchia.
totale percentuale (%)
Iscritti alle liste 28 005 449
Votanti 24 947 187 89,10 (su n. elettori)
Voti validi 23 437 143 93,95 (su n. votanti)
Voti nulli o schede bianche 1 509 735 6,05 (su n. votanti)
Astenuti 3 058 262 10,90 (su n. iscritti)
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| Marylin
Monroe |
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Nome d'arte di Norma Jean Baker Morteson (Los Angeles 1 giugno 1926 - Hollywood 1962).
Dopo un'infanzia travagliata e un primo matrimonio a 16 anni; l'esordio in Dangerous Years (1947) la fece notare dai registi che le affidano in principio piccole parti in films come:Una notte sui tetti, Giungla d'asfalto (1950) di J. Houston ed Eva contro Eva (1950) di J.L. Mankiewicz.
Scritturata dalla Fox, il cinema le ritaglia addosso il personaggio della bionda tanto bella quanto ingenua, e diviene, grazie anche ad una accorta campagna pubblicitaria, una star di prima grandezza e anche qualcosa di più: un mito, un sex - symbol degli anni Cinquanta.
Alla scalata al successo contribuirono non tanto i suoi film drammatici, dove appariva nelle vesti di vamp: La tua bocca brucia, 1952; Niagara, 1953; La magnifica preda, 1954; quanto le commedie, in cui mise in luce qualità di attrice sofisticata e spiritosa: Gli uomini preferiscono le bionde (1953), Come sposare un milionario (1953).
Nel 1955, subito dopo il matrimonio con Joe di Maggio, il regista Billy Wilder le affida la parte della svampita inquilina del piano di sopra in Quando la moglie è in vacanza.
Con il divorzio, avvenuto dopo solo 9 mesi di matrimonio da Joe di Maggio, Marylin vive un periodo di crisi, da cui esce grazie all'iscrizione all'Actor's Studio, al matrimonio con Arthur Miller, commediografo, e ad altri film che riscuotono notevole successo: Fermata d'autobus, 1956; Il principe e la ballerina del 1957, girato in Inghilterra con la regia di Laurence Oliver, suo compagno sul set e da lei prodotto, e un altro film con Wilder, A qualcuno piace caldo del 1959.
La sua ultima interpretazione fu Gli spostati di J. Houston nel 1961, da un soggetto di suo marito Arthur Miller.
Il suo corpo fu trovato privo di vita, nel suo apprtamento, subito dopo il divorzio da Miller. Di lei oggi resta l'immagine di una diva infelice, che nonostante la fama e la bellezza, non ha saputo conquistare, la cosa che le premeva di più, cioè l'amore di chi le stava accanto, rimanendo alla fine di ogni relazione sempre sola e abbandonata. |
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| Luciano Lama |
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Luciano Lama (Gambettola, 14 ottobre 1921 - Roma 31 maggio 1996), politico e sindacalista, è stato uno dei più importanti segretari della CGIL nella storia di questo sindacato.Giovanissimo, aderì al Partito Socialista Italiano e partecipò alla Resistenza partigiana. Dopo la guerra, passò nel 1946 al Partito Comunista Italiano (PCI) e divenne dirigente comunista fino ad entrare nel comitato centrale del PCI nel 1956. Due anni dopo fu eletto per la prima volta deputato.Positivamente distintosi nell'ambito sindacale, responsabile Camera del Lavoro di Forlì, il suo ruolo di difensore dei diritti degli operai contribuì alla scalata nella CGIL, di cui divenne segretario nazionale nel 1970.Operando in collaborazione con il socialista Ottaviano del Turco, Lama fu fautore dell'unità sindacale con CISL e UIL, ma questa strategia non fu sempre coronata dal successo.Il 17 febbraio 1977 all'Univerità di Roma fu violentemente contestato da giovani aderenti a posizioni extraparlamentari.Nel gennaio del 1978 in un'assemblea all' EUR di Roma propose ai lavoratori una politica di sacrifici, volta a sanare l'economia italiana, rivedendo la posizione del sindacato sul salario come variabile indipendente. Questa scelta venne definita la linea dell'Eur.
Contrario a un diretto coinvolgimento del PCI e del PSI all'interno della CGIL, ebbe nel 1980 un violento diverbio con Gianni Agnelli dopo che la FIAT espulse, collocandoli in cassa integrazione, 23.000 dipendenti.
Al termine della sua segreteria (1986), la CGIL poteva dirsi rafforzata in termini di immagine mediatica in quanto divenne il vero punto di riferimento della maggior parte dei lavoratori dipendenti, in particolare del settore privato. Anche il numero di iscritti aumentò, soprattutto nel triennio 1975-1977. Inoltre guidò il sindacato a svolgere un ruolo importante nei dibattiti politici, economici e sociali dell'Italia.Nel 1987 fu eletto nuovamente deputato come indipendente comunista, ma cinque anni dopo preferì non ricandidarsi per motivi di età e di salute.

| Anna Proclemer (Trento, 30 maggio 1923) |
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E' un'attrice teatrale e attrice cinematografica
italiana.
Debutta nel 1942 in Nostra Dea di Massimo Bontempelli con il Teatro dell'Università di Roma. Durante la guerra recita con il Teatro delle Arti di Anton Giulio Bragaglia, in seguito con la compagnia dell'IDI, la compagnia Pagnani-Cervi e quella di Ricci. Lavora con Vittorio Gassman e Luigi Squarzina al Teatro d'Arte e, ancora, al Piccolo Teatro di Milano diretta da Giorgio Strehler.Nel 1946 si sposa con lo scrittore Vitaliano Brancati, dal quale divorzia poco prima della morte di lui, nel 1954. Hanno una figlia, Antonia.
Al cinema è protagonista di un unico film, Malìa del 1946. Successivamente interpreta ruoli da non protagonista, ma nel contempo viene scelta da Raffaello Matarazzo come doppiatrice di Yvonne Sanson in numerose pellicole, e doppia anche il ruolo di Anne Bancroft in Anna dei miracoli, ruolo che sarà anche suo in una famosa riduzione televisiva andata in onda nel 1968 e più volte replicata.Nel 1956 inaugura un lungo sodalizio artistico con Giorgio Albertazzi.
Del 1957 è la sua prima apparizione televisiva in L'idiota, alla quale fanno seguito molte altre, soprattutto in riduzioni di spettacoli teatrali.Il suo repertorio teatrale comprende, fra l'altro, testi di Pirandello, George Bernard Shaw, Lillian Hellman, D'Annunzio, e dello stesso Vitaliano Brancati (La governante).
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| Heysel, il ricordo di una follia |
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29 maggio 1985: Juve-Liverpool si trasforma in una tragedia. Gli hooligan caricano, i tifosi italiani fuggono verso la recinzione e un muretto laterale che poi crollano: muoiono schiacciate 39 persone
Il 29 maggio di venti anni fa morirono allo stadio Heysel, in un’orgia di violenza imbestialita, trentanove persone. Allora ero un tifoso accanito della Juventus ed ero andato a Bruxelles per assistere – così speravo – alla prima vittoria della mia squadra in una Coppa dei Campioni. Sono stato dunque tra gli spettatori di quella partita, ma soprattutto un testimone di ciò che si è vissuto direttamente fuori e dentro lo stadio dalla prospettiva di una tribuna, senza vedere naturalmente le immagini che invece passavano alla tivù. Ho assistito, ben prima dell’esplosione tragica della violenza nella “curva Z”, a episodi minori, dentro e fuori l’Heysel. Ho passeggiato nel pomeriggio per le strade di Bruxelles: intieri marciapiedi erano coperti da cocci di bottiglie di birra, gruppi di inglesi già ubriachi intonavano i loro canti di allegria fiduciosa nelle piazze. Parevano “normali” episodi di cattiva educazione: non davano un triste presagio.
A sera, entrando ai cancelli dello stadio, ho assistito a perquisizioni di poliziotti che lasciavano passare inglesi con bottiglie di liquori. Entrato ho incominciato a capire che qualcosa non funzionava. A sbarrare l’ingresso a chi non avesse il biglietto per la partita, oltre a un sistema di transenne, non c’era che un muretto di cinta fatiscente. Per entrare era sufficiente dare un calcio a questo muro sottile e aprire un varco: i pochi poliziotti, armati con bastoni di legno, lunghi e sottili, potevano fare ben poco per contrastare l’invasione di questi “portoghesi”. Credo che il disastro abbia la sua origine nella scelta, da parte dell’Uefa, di uno stadio non protetto da strutture di minima sicurezza. Non mi pare che questa responsabilità sia stata ben individuata.
Dal mio punto di osservazione si è avuta l’impressione che la «curva Z», divisa – ad alto rischio – a metà tra i tifosi dell’una e l’altra squadra, sia «esplosa» perché non sopportava tutta la gente che – con biglietto o no – ha cercato di prendere posto. I pochi poliziotti belgi che erano sulla curva, per tenere separate le tifoserie, al primo scontro si sono dileguati: anche questa è una colpa a cui i processi non credo abbiano dato il necessario peso. Quando nella «curva Z» è esplosa la violenza si è avuta la sensazione di una lotta furibonda per mantenere il posto conquistato. Non si è avuta la percezione della tragedia. Si sono viste rotolare persone ai lati, si sono viste queste persone scendere sul terreno di gioco, sollecitate con la forza dai poliziotti a riprendere il loro posto sugli spalti o a lasciare lo stadio. Questo, credo, è ciò che ha visto la maggioranza dei presenti all’Heysel. Ciò che stupiva era che la partita non iniziasse, anche quando il campo di gioco era stato sgombrato e tutto sembrava pronto.
Che la partita sia stata giocata, che chi ha vinto abbia «recitato» la gioia del trionfo, è stata una necessità per tenere dentro lo stadio il pubblico, in modo da dare il tempo alle forze dell’ordine, finalmente allertate in massa, di far defluire i tifosi delle opposte parti in corsie ben separate. Personalmente ho saputo che c'erano stati dei morti, tanti morti, solo quando ho raggiunto il pulmann che doveva portarmi all’aereoporto. L’unico ricordo positivo che ho di quella tragica esperienza è stato lo spettacolo che riuscirono a dare, con una professionalità troppo poco onorata dai commentatori, i ventidue giocatori della Juve e del Liverpool: disputando con la morte nel cuore una partita di calcio “vera” e responsabilmente corretta, come ben di rado si vede negli stadi.
Giorgio De Rienzo 29 maggio 2005 |
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WALTER
TOBAGI |
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Walter Tobagi (Spoleto, 18 marzo 1947 - Milano, 28 maggio 1980), giornalista, fu assassinato in un attentato terroristico perpetrato dalla Brigata XXVIII marzo, gruppo terrorista di estrema sinistra.Tobagi iniziò la sua attività giornalistica ancora giovanissimo, come caporedattore del giornalino studentesco "La zanzara" del liceo Parini, a Milano. "La zanzara" divenne celebre per aver pubblicato un'inchiesta sull'educazione sessuale, che fu oggetto di un processo conclusosi con l'assoluzione dei redattori.
Dopo il liceo collaborò all'Avanti, all'Avvenire, al Corriere dell'informazione e, infine, al Corriere della Sera divenendone uno dei più autorevoli giornalisti, sino a divenire Presidente dell'Associazione Lombarda dei Giornalisti.Politicamente orientato verso il PSI, dalle colonne del quotidiano milanese Tobagi aveva spesso analizzato in maniera fortemente critica il fenomeno terroristico in Italia.
Durante il processo ai responsabili del suo omicidio emersero anche alcune testimonianze relative all'omicidio di Antonio Custra |
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| STRAGE
DI VIA DEI GEORGOFILI 27 MAGGIO 1993 |
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Nella notte
fra il 26 e il 27 maggio 1993, alle ore 1.04, a Firenze, in un'
antica via del centro storico, via dei Georgofili, ai piedi della
storica Torre del Pulci, sede dell'Accademia dei Georgofili ,
deflagra un'autobomba.
Si tratta di
un Fiat Fiorino imbottito di 250 chilogrammi di una miscela
esplosiva composta da tritolo,T4, pentrite, nitroglicerina.
L'esplosione provoca il crollo della Torre e la devastazione del
tessuto urbano del centro storico per un'estensione di ben 12
ettari, con un impatto che è stato definito " bellico";
Muoiono Caterina
Nencioni di 50 giorni, Nadia Nencioni di 9 anni, Angela Fiume di 36
anni, Fabrizio Nencioni di 39 anni, Dario Capolicchio di 22 anni.
Angela, custode dell'Accademia dei Georgofili, risiedeva nella Torre
con la sua famiglia. Dario, che proveniva da Sarzana e studiava
architettura a Firenze, muore trasformato in una torcia umana nella
sua abitazione, posta nell'edificio di fronte alla Torre. I feriti
sono 48, moltissime famiglie rimangono senza tetto. Viene
danneggiata anche la Galleria degli Uffizi, situata a pochi metri
dalla zona dell' esplosione e altri edifici di interesse storico-
artistico.
Si perdono
per sempre capolavori e preziosi documenti, ma soprattutto si
perdono per sempre cinque vite.
L'ipotesi di
un attentato prende corpo fin dal giorno successivo, quando i vigili
individuano il cratere che é di 3 metri di diametro e 2 di
profondità. Altrettanto rapidamente si scopre che il Fiat Fiorino
è stato rubato a Firenze in via della Scala non molti giorni prima
dell'attentato e "imbottito" a Prato. In breve tempo,
inoltre, gli inquirenti individuano negli uomini dell'organizzazione
mafiosa " Cosa Nostra"gli esecutori materiali della
strage. Dopo un lungo iter processuale vengono comminati 15
ergastoli, definitivamente attribuiti dalla Cassazione il 6 maggio
2002; Dieci
anni, però, non sono stati sufficienti a scoprire chi ha ordinato
questa strage, o, quantomeno, chi ne era a conoscenza e non l'ha
fermata perché i suoi interessi coincidevano con quelli della
Mafia.
Quanto
ancora dovremo aspettare per scoprire quei volti ?

| MIKE
BONGIORNO |
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Figlio
di padre italo-americano e di madre torinese, il re del quiz
nasce a New York come Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, il
26 maggio 1924. E' giovanissimo quando si trasferisce in
Italia: frequenta il ginnasio e il liceo a Torino. Durante la
Seconda guerra mondiale interrompe gli studi e si unisce alle
formazioni partigiane in montagna.
Arrestato dai nazisti, trascorre sette mesi nel carcere
milanese di San Vittore; successivamente conosce gli orrori
dei campi di concentramento tedeschi (è insieme al noto
giornalista Indro
Montanelli), da cui si salva grazie ad uno scambio di
prigionieri tra Stati Uniti e Germania.
Dopo aver condotto negli USA nel 1946 il programma radiofonico
"Voci e volti dall'Italia" (per la stazione
radiofonica del quotidiano "Il progresso italo-americano"),
si stabilisce definitivamente nel Belpaese nel 1953, chiamato
a sperimentare la neonata Televisione con il programma
"Arrivi e partenze". Il programma va in onda il 3
gennaio 1954 alle 14.30: è il primo giorno di trasmissioni
della televisione italiana.
Il
programma che incorona Mike Bongiorno come icona televisiva è
sicuramente "Lascia o raddoppia?" (che si ispira
alla versione americana "Una domanda da 64.000
dollari"), primo grande quiz della storia della TV
italiana, successo incredibile, tanto da far chiudere i cinema
al giovedì sera. Va in onda dal 1955 al 1959. Da allora Mike
Bongiorno ha inanellato una serie incredibile di successi tra
cui ricordiamo "Campanile Sera" (1960), "Caccia
al numero" (1962), "La fiera dei sogni"
(1963-65), "Giochi in famiglia" (1966-67),
"Ieri e oggi" (1976), "Scommettiamo"
(1977), "Flash" (1980).
Umberto
Eco nel 1961 traccia un profilo indimenticabile del
conduttore nella sua celebre "Fenomenologia di Mike
Bongiorno". Uno dei programmi più importanti di Mike
Bongiorno è "Rischiatutto" (1970-1974), in cui
vengono introdotti in TV l'elettronica e gli effetti speciali;
Sabina Ciuffini è la prima valletta "parlante"
della storia della TV. Nel 1977 conosce Silvio
Berlusconi. Il noto imprenditore capisce che è giunto
il momento di creare in Italia la TV privata; per avere
successo chiama i più grandi personaggi della TV fino a quel
momento: Corrado
Mantoni, Raimondo
Vianello, Sandra
Mondaini e Mike Bongiorno. Mike già conosce le regole
del marketing e il modello americano ed è il primo a portare
gli sponsor nelle sue trasmissioni su TeleMilano (la futura
Canale 5). Si apre un nuovo capitolo della storia di Mike
Bongiorno e, per certi aspetti, dell'Italia intera: i successi
si chiamano "I sogni nel cassetto" (1980),
"Bis" (1981), "Superflash" (1982-1985),
"Pentatlon" (1985-1986), "Parole d'oro"
(1987), "TeleMike" (1987-1992) e "C'era una
volta il Festival" (1989-1990). La sua impareggiabile
esperienza gli vale nel 1990 la vice presidenza dell'emittente
Canale 5. Parlando di Berlusconi Mike disse nel 1992: "Se
fosse nato in America potrebbe persino fare il presidente".
Dal 1989 ha condotto con grande successo "La ruota della
fortuna", game show di provenienza americana, arrivando a
stabilire lo strabiliante record di 3200 puntate. Nella sua
lunghissima carriera, Mike Bongiorno vanta anche la
presentazione di ben undici edizioni del Festival di Sanremo,
l'evento televisivo più importante in Italia. Nel 1991
presenta la prima edizione del varietà "Bravo
Bravissimo", giunto oggi alla decima edizione, dal quale
prende spunto il nuovo programma "Bravo Bravissimo
Club", ideato dai suoi figli. La sua ultima fatica è la
conduzione del nuovo programma di Rete 4 "Genius"..
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Enrico
Berlinguer |
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| Enrico
Berlinguer era nato a Sassari il 25 maggio del 1922 da una
famiglia di media borghesia, il padre avvocato socialista.
Morirà l’11 giugno del 1984, a Padova, in conseguenza di un
ictus che lo aveva colpito quattro giorni prima durante il
comizio conclusivo della campagna elettorale per le europee
nella città veneta. Aveva sessantadue anni.
Dal
1937 in contatto con gruppi antifascisti sardi, Enrico
Berlinguer aderisce al PCI nel 1943 e presto diventa
Segretario della gioventù comunista della sua città. In
carcere per alcuni mesi in conseguenza della guida di moti
popolari a Sassari nel 1944, alla fine di quello stesso anno
è chiamato a Roma come membro della segreteria nazionale del
movimento giovanile comunista, la futura Fgci. Dopo la fine
della guerra è a Milano, e poi di nuovo a Roma come
Segretario del Fronte della Gioventù. Membro del Comitato
centrale del PCI e quindi, dal 1948, componente la Direzione
comunista, è segretario generale della Federazione giovanile
comunista dal 1949 al 1956, e in quello stesso periodo è per
un triennio Presidente della Federazione mondiale della
gioventù. Dopo aver lasciato la direzione della Fgci,
Berlinguer ricopre vari altri incarichi di partito: Direttore
della scuola centrale alle Frattocchie, Vice segretario
regionale in Sardegna, Responsabile della sezione centrale di
organizzazione, poi dell’Ufficio di segreteria a Botteghe
Oscure, quindi Segretario regionale nel Lazio.
Eletto deputato nel 1968 (verrà rieletto ininterrottamente
per altre quattro legislature), farà sempre parte della
commissione Esteri di Montecitorio. Intanto, al XII congresso
del PCI (Roma, 1969) è eletto Vice segretario del PCI, mentre
ne è segretario generale Luigi Longo. Al congresso successivo
(Milano, 1972) succede a Longo, e verrà riconfermato
segretario generale nei congressi del PCI del l979 e del 1982.
È nel periodo a cavallo degli Anni Settanta e Ottanta che
Enrico Berlinguer compie alcuni degli atti più significativi
della sua esperienza al vertice del PCI. Sono dell’autunno
del 1973 le “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del
Cile” nelle quali delinea la strategia del “compromesso
storico”. Nella primavera del 1976 guida la delegazione al
XXV congresso del Pcus per ribadire nel suo intervento
l’autonomia del Partito comunista italiano e il nesso
inscindibile tra democrazia e libertà. Pochi mesi dopo il 15
giugno, in un’intervista al Corriere della Sera, Berlinguer
annuncia che i comunisti non chiederanno l’uscita
dell’Italia dalla Nato che per il nostro Paese e per lo
stesso PCI rappresenta un “ombrello” più sicuro del Patto
di Varsavia. Il 6 gennaio del 1980 condanna severamente
l’intervento sovietico in Afghanistan. Alla fine di quello
stesso anno, in un comizio nell’Irpinia terremotata,
sancisce la fine della politica della solidarietà nazionale e
lancia l’alternativa democratica. Due interventi
caratterizzeranno il 1981: a metà luglio rilascia
un’intervista all’allora direttore di Repubblica, Eugenio
Scalari, in cui indica – con impressionante premonizione –
la centralità della questione morale; e a metà dicembre, nel
corso di una tribuna televisiva, denuncia l’esaurimento
della spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre.
Enrico
Berlinguer fu deputato per cinque Legislature.
Eletto
per la prima volta il 19 maggio 1968, V Legislatura, nella
circoscrizione di Roma; venne rieletto, sempre nella stessa
circoscrizione, il 7 maggio 1972, VI Legislatura; il 20 giugno
1976, VII Legislatura; il 3 giugno 1979, VIII Legislatura; il
12 luglio 1983, IX Legislatura.
Ha
sempre fatto parte della Commissione Affari esteri. |

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DUKE
ELLINGTON |
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Edward Kennedy Ellington detto Duke (1899 - 1974), musicista americano, nato a Washington. Il padre era un maggiordomo; la madre una pianista e sulle orme di quest'ultima il giovane Edward cominciò a suonare il pianoforte già da bambino, anche se, per mantenersi, inizierà poi a lavorare come pittore d'insegne.
La sua carriera musicale e il suo successo ebbero inizio negli anni '20.
Nel 1919 incominciò a suonare in svariati gruppi assieme ai suoi amici d'infanzia. Nel 1927 il gruppo di Ellington si stabilì nella costa est degli Stati Uniti iniziando una serie sempre maggiore di successi nei numerosi club newyorkesi. In particolare è
l'Harlem's Cotton Club a dare popolarità al gruppo e a farlo conoscere nei circuiti radiofonici. Da qui arrivò poi facilmente il successo su tutto il territorio nazionale.
Nel 1933 una tournée in Europa fece di Edward - che nel frattempo si era guadagnato il soprannome di Duke - una star internazionale.
Tra gli anni '30 e '40 il gruppo continuerà a crescere di popolarità: è questo il periodo d'oro, entre tra gli anni '40 e '50 l'attività del gruppo subisce una breve interruzione.
La band di Ellington ritornerà a suonare all'inizio degli anni '50 non riuscendo però a raggiungere lo stesso successo degli anni precedenti. Il poliedrico Ellington inizierà così a comporre, tra il '50 e il '60, colonne sonore di film e musiche sacre. Il gruppo continuerà comunque i suoi tour fino al 1970, quando Ellington decise di ritirarsi a causa dell'età.
Morirà il 24 maggio del 1974 rimanendo una leggenda musicale nel cuore di tutti. Duke Ellington è infatti un compositore, musicista e direttore d'orchestra tra i più imponenti della storia del jazz. Non solo fu considerato un innovatore in ogni genere del jazz, dallo swing al bebop, ma attraverso la sua opera di arrangiatore riuscì a estendere lo stile del jazz anche alle colonne sonore e alle opere concertistiche.
Tra le sue numerose composizioni - Duke scrisse più di mille brani - ricordiamo It Don't Mean A Thing (If It Ain't Got That Swing), Sophisticated Lady, In A Sentimental Mood" e "Cotton Tail. |
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| Strage
di Capaci |
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Sono
le 17,48 quando su una pista dell'aeroporto di Punta Raisi
atterra un jet del Sisde, un aereo dei servizi segreti
partito dall'aeroporto romano di Ciampino alle ore 16,40.
Sopra c'è Giovanni Falcone con sua moglie Francesca. E sulla
pista ci sono tre auto che lo aspettano. Una Croma marrone,
una Croma bianca, una Croma azzurra. E' la sua scorta, erano
stati raggruppati dal capo della mobile Arnaldo La Barbera.
Una squadra affiatatissima che aveva il compito di sorvegliare
Falcone dopo il fallito attentato del 1989 davanti la villa
del magistrato sul litorale dell'Addaura. La solita scorta
con Antonio, Antonio Montinaro, agente scelto della
squadra mobile che, appena vede il "suo" giudice
scendere dalla scaletta, infila la mano destra sotto il
giubbotto per controllare la pistola.
Tutto è a posto, non c'è bisogno di sirene, alle 17,50 il
corteo blindato che trasporta il direttore generale degli
Affari penali del ministero di Grazia e giustizia è
sull'autostrada che va verso Palermo.
Tutto sembra tranquillo, ma così non è. Qualcuno
sa che Falcone è appena sbarcato in Sicilia, qualcuno
lo segue, qualcuno sa che dopo otto minuti la sua
Croma passerà sopra quel pezzo di autostrada vicino alle
cementerie.
La Croma marrone è davanti. Guida Vito Schifani,
accanto c'è Antonio, dietro Rocco Di Cillo. E corre,
la Croma marrone corre seguita da altre due Croma, quella
bianca e quella azzurra. Sulla prima c'è il giudice che
guida, accanto c'è Francesca Morvillo, sua moglie,
anche lei magistrato. Dietro l'autista giudiziario, Giuseppe
Costanza, dal 1984 con Falcone, che era solito
guidare soltanto quando viaggiava insieme alla moglie. E altri
tre sulla Croma azzurra, Paolo Capuzzo, Gaspare
Cervello e Angelo Corbo. Un minuto, due minuti, la
campagna siciliana, l'autostrada, l'aeroporto che si
allontana, quattro minuti, cinque minuti.
Ore 17,59, autostrada Trapani-Palermo. Investita
dall'esplosione la Croma marrone non c'è più. La
Croma bianca è seriamente danneggiata, si salverà Giuseppe
Costanza che sedeva sui sedili posteriori. La terza,
quella azzurra, è un ammasso di ferri vecchi, ma dentro i
tre agenti sono vivi, feriti ma vivi. Feriti come altri
venti uomini e donne che erano dentro le auto che passavano in
quel momento fra lo svincolo di Capaci e Isola delle
Femmine.
Fu Buscetta a dirglielo: "L'avverto, signor
giudice. Dopo quest'interrogatorio lei diventerà forse una
celebrità, ma la sua vita sarà segnata. Cercheranno di
distruggerla fisicamente e professionalmente. Non dimentichi
che il conto con Cosa Nostra non si chiuderà mai. E'
sempre del parere di interrogarmi?".
Giovanni Falcone, "Cose di Cosa Nostra" (Rizzoli,
1991): "Si muore generalmente perché si è soli o
perché si è entrati in un gioco troppo grande". |
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| Arthur Conan Doyle |
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Nasce il 22 maggio del 1859 ad Edimburgo, da una famiglia irlandese cattolica di antica nobiltà, ma con scarsi mezzi economici.
Compie i primi studi presso lo Stonyhurst Jesuit College, nel Lancashire, e nel 1876 entra all'Edinburgh Medical School, dove nel 1881 consegue il titolo di Bachelor of Arts in Medicina e nel 1885 il master in Chirurgia.
Dopo la laurea inizia a lavorare presso l'ospedale di Edimburgo, per imbarcarsi, poco dopo, come medico di bordo su una baleniera. Fatto ritorno in Inghilterra apre uno studio medico a Southsea, senza però riscuotere molto successo.
Inizia a scrivere racconti fantastici già ai tempi dell'Università - nel 1879 aveva venduto The Mistery of Sasassa Valley al Chamber's Journal, e l'anno successivo The American's Tale alla rivista The London Society - tuttavia è solo durante i frequenti periodi di inattività che seguono il ritorno in patria, che comincia a scrivere i racconti polizieschi per cui è divenuto maggiormente famoso.
Nel 1887 pubblica infatti il primo libro della serie dedicata all'investigatore privato Sherlock Holmes, A Study in Scarlet. Sembra che per la creazione di tale personaggio Doyle si sia ispirato al chirurgo Joseph Bell - da lui conosciuto all'ospedale di Edimburgo - famoso per la sua abilità di dedurre, da minimi dettagli, le caratteristiche psico-fisiologiche dei propri pazienti, ma il suo ascendente letterario è certamente il Monsiuer Dupin di Edgar Allan Poe, vero inventore del moderno racconto poliziesco e del metodo induttivo. In verità il personaggio di Sherlock Holmes non desta subito particolare interesse: prima di essere pubblicato sul Beeton's Christmas Annual, A Study in Scarlet era stato rifiutato da tre editori, e per esso l'autore riceverà un compenso globale di appena 25 sterline! E' solo con la seconda avventura, The Sign of the Four (1890), che Sherlock Holmes inizia ad attirare l'attenzione del pubblico. E i numerosi romanzi e racconti che ad esso seguiranno nell'arco dei quarant'anni successivi (62 avventure in tutto), renderanno Sherlock Holmes un vero e proprio culto, creeranno un modello destinato ad esercitare un'influenza decisiva su tutta la futura letteratura poliziesca, e daranno al suo creatore gloria imperitura e ricchezza (gli editori arriveranno a pagare Doyle 10 scellini a parola!), ma anche insoddisfazione: Doyle non sopportava infatti l'idea che la sua fama fosse legata ad una letteratura "bassa", e tentò più volte di uccidere il suo eroe, ma fu costretto a riportarlo in vita dalle pressioni dei lettori e degli editori.
L'ingombrante figura di Sherlock Holmes fa però spesso dimenticare che l'attività narrativa di Doyle non fu circoscritta solo al genere poliziesco: «il vecchio cavallo ha trascinato un pesante carico in questa pesante strada, ma è ancora capace di lavorare» commentò di sé stesso l'autore. Doyle scrisse infatti anche numerosi romanzi storici - il ciclo medioevale di Sir Nigel Loring, Comandante della Compagnia Bianca (1891-1901), secondo alcuni i quattro migliori romanzi storici inglesi dopo Ivanhoe di Walter Scott, ed il volume The Great Boer War (1900), per il quale fu insignito, nel 1903, del titolo di Baronetto, di cappa e spada - sedici racconti sulle gesta del Brigabier Gérard (1896), Colonnello dell'esercito di Napoleone, di fantascienza - la serie del Professor Challenger (1912-1929) - personaggio che lo scrittore modellò sull'eccentrico e irascibile professor Ernest Rutherford, il padre dell'atomo e della radioattività, ed i romanzi indipendenti The Doings of Raffles Haw (1892) e The Maracot Deep (1929), storie di pirati, diari, poesie ed articoli di guerra (l'autore fu corrispondente in SudAfrica durante la Guerra Anglo-Boera, e più tardi, nel Primo Conflitto Mondiale).
Da sempre affascinato dai fenomeni soprannaturali, negli ultimi anni della sua vita, l'autore si convince della loro autenticità ed inizia ad interessarsi al fenomeno dello Spiritismo, al quale dedica molti studi, e sul quale scrive due volumi, The History of Spiritualism (1926) e The Edge of Unknown (1930), che esaminano il fenomeno a partire dalle sue origini e indagano sulle esperienze personali vissute dall'autore. Muore nel 1930 a Crowborough, in Inghilterra.
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| Henri
Rousseau |
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Detto
il Doganiere nasce a Laval il 21 maggio 1844. Pittore di
formazione autodidatta, deve molto della sua ispirazione ad
alcune sue esperienze personali. Durante il servizio militare,
infatti, conobbe alcuni soldati reduci dalla campagna francese
in Messico a sostegno dell'imperatore Massimiliano. Furono
molto probabilmente le loro descrizioni di quel paese a
ispirare le sue raffigurazioni vivide e lussureggianti della
giungla, suo tema prediletto. In vita, la sua opera fu
variamente criticata e denigrata, con immancabili punte
sarcastiche e rifiuti critici.
Non pochi lo valutarono come un semplice pittore naif, privo
di qualunque spessore artistico. Fra gli "epiteti"
che gli vennero rivolti dai contemporanei troviamo aggettivi
come sprovveduto, incolto, ingenuo, candido e via elencando.
In seguito, un maggior assestamento critico e un inquadramento
più lucido della sua produzione ha permesso di rendere merito
al suo valore di artista. Quella che sembrava la sua debolezza
(ossia l'essere appunto naif), si è invece rivelata la base
della sua autentica originalità. Oggi è considerato il più
personale e il più autentico dei naif della pittura moderna.
Dopo la sua morte, inoltre, il suo stile
"primitivo", caratterizzato da colori vivaci, da un
disegno volutamente piatto e dai soggetti fantasiosi, furono
imitati dai pittori moderni europei. Proprio perché
sprovveduto, "incolto" e privo di regole, Rousseau
verrà visto come un artista capace di superare con il proprio
candore la tradizione, estrinsecando liberamente la sua
interiorità al di là delle regole accademiche. La cosa
curiosa è che oltretutto si dedicò alla pittura praticamente
durante l'età del suo pensionamento, dopo aver lavorato quasi
tutta la vita presso gli uffici daziari di Parigi. Ecco la
ragione del suo soprannome: il "Doganiere".

A partire
dal 1886, espose le sue opere al "Salon des Indépendants",
conquistando l'ammirazione di contemporanei come Paul Gauguin
e Georges Seurat. Dopo un primo periodo dedicato a ritratti e
vedute di Parigi, negli anni Novanta passò a raffigurazioni
fantastiche molto originali, caratterizzate da paesaggi
tropicali con figure umane che giocano o riposano e animali
immobili e vigili, come ipnotizzati da qualcosa di misterioso.
Nel celebre dipinto "Il sogno", ad esempio (datato
1910), egli rappresenta una figura nuda distesa su un divano
in una giungla dai colori vividi, con piante rigogliose, leoni
inquietanti e altri animali; nella "Zingara
addormentata", invece, una donna riposa tranquillamente
nel deserto mentre un leone con la coda in aria la osserva
incuriosito. Queste opere, insieme a molte altre, sono
conservate al Museum of Modern Art di New York.
Sul piano della vita privata, Rousseau
fu un uomo assai impegnato socialmente. Di lui si ricorda la
partecipazione ai fermenti rivoluzionari della sua epoca.
Muore a Parigi il 2 settembre 1910.
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| L'omicidio D'Antona |
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Fu eseguito dalle Nuove BR il 20 maggio 1999 in via Salaria a Roma
Ricostruzione giudiziaria dei fatti
Il professor Massimo D'Antona, consulente del Ministero del Lavoro e docente di diritto del lavoro all'Università degli studi di Roma "La Sapienza", amministratore delegato dell'ENAV fino al 1998, verso le 8.30 di mattina, stava recandosi al lavoro nello studio di via Salaria. I brigatisti rossi Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, in attesa dentro un furgone Nissan, scendono e lo apostrofano. Secondo la deposizione di Cinzia Banelli, fu Galesi, armato di una pistola automatica calibro 9x19 senza silenziatore, a far fuoco su D'Antona, svuotando i 9 colpi del caricatore sul professore e infliggendogli il colpo di grazia al cuore. I due si danno poi alla fuga, e poco dopo arrivano i soccorsi: il ricovero al Policlinico Umberto I è però inutile, e il medico dichiara nel certificato di morte che D'Antona si è spento alle 9.30 di mattina.
Poche ore dopo, arriva la rivendicazione, 14 pagine stampate fronte retro, con la stella a cinque punte e il gergo criptico e oscuro tipico forse una traduzione dall'inglese [citazione necessaria]. Unica differenza con lo stile delle rivendicazioni degli anni di piombo, la dicitura SIM sostituita da Borghesia Internazionale.
Esito processuale
L'8 luglio 2005 la Corte d'assise di Roma, presieduta da Marco D'Andria, emette il verdetto: ergastolo per Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma; Federica Saraceni assolta dall'accusa di concorso nell'omicidio, ma condannata a 4 anni e 8 mesi perché ritenuta responsabile di associazione sovversiva. Quattro assoluzioni: Alessandro Costa e Roberto Badel non sono stati ritenuti colpevoli di banda armata; i fratelli Maurizio e Fabio Viscido sono stati prosciolti dall'accusa di banda armata. Per Costa e Badel è stata disposta la scarcerazione dal presidente della Corte.
Conseguenze politiche e sociali
L'omicidio D'Antona riapre la stagione degli omicidi delle BR (Brigate Rosse), dopo anni di silenzio.
Seguiranno l'omicidio Biagi, in cui è nuovamente implicata la Lioce, e la sparatoria sul treno del 2 marzo 2003 che costerà la vita a Emanuele Petri, un sovrintendente della PolFer, e del brigatista Mario Galesi. L'azione, scaturita da un normale controllo presso Castiglion Fiorentino, ha portato alla cattura della Lioce. Quest'ultima farà poi trovare un covo a Roma, in un locale in affitto di proprietà di Diana Blefari Melazzi.
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| JACQUELINE KENNEDY |
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Jacqueline Kennedy, vero nome Jacqueline Lee Bouvier, nasce a Southhampton il 28 luglio 1929. Viene allevata in ambienti acculturati e di classe tra New York, Rhode Island e la Virginia. A quell'epoca il suo amore per le lettere la porta a scrivere poemi, novelle e romanzi, accompagnandoli con illustrazioni personali.
Si dedica inoltre con assiduità allo studio della danza, altra sua grande passione di sempre. La madre, che ottenne il divorzio dal precedente marito, sposa Hugh D. Auchincloss nel 1942, portando le due figlie a Merrywood, nella sua casa vicino Washington D.C.
Jacqueline, in occasione dei suoi diciotto anni viene eletta "Debuttante dell'anno" per la stagione 1947-1948.
Come studentessa del prestigiosissimo Vassar College ha occasione di viaggiare moltissimo e di passare i suoi anni migliori in Francia (frequentando, fra l'altro, la Sorbona), prima di laurearsi alla George Washington University nel 1951. Queste esperienze le lasciano in eredità un grande amore verso i popoli stranieri, soprattutto verso i francesi.
Nel 1952 Jacqueline trova una sistemazione presso il giornale locale "Washington Times-Herald", inizialmente come fotografa, poi come redattrice ed articolista. In un'occasione le viene affidata l'opportunità di intervistare il senatore John F. Kennedy del Massachussetts, già accreditato dalla stampa nazionale come il più probabile successorie del Presidente degli Stati Uniti. Tra i due è un vero e proprio colpo di fulmine: i due si sposeranno l'anno successivo.
Jacqueline seduce la famiglia dei Kennedy, con un modello di vita intellettuale, europeo e raffinato. Dal loro rapporto nasceranno tre figli, Caroline (1957), John (1960) e Patrick, che purtroppo morì due giorni dopo la nascita.
Come First Lady, "Jackie", come veniva affettuosamente ormai chiamata da tutti i cittadini, cercherà di rendere la capitale della nazione fonte di orgoglio e centro della cultura americana. Il suo interesse per le arti costantemente sottolineato dalla stampa e dalla televisione, ispira un'attenzione per la cultura mai così evidente a livello nazionale e popolare. Un esempio concreto di questo interesse è il suo progetto per un museo della storia americana, poi realizzato a Washington.
Supervisiona inoltre la ridecorazione della Casa Bianca e incoraggia la conservazione degli edifici circostanti. Sarà sempre molto ammirata per il portamento, la grazia e la bellezza mai appariscente o volgare. Le sue apparizioni in pubblico ottengono sempre un enorme successo, anche se centellinate con sapienza e moderazioni (o forse proprio per questo).
In quel tragico 22 novembre 1963 Jackie è seduta accanto al marito quando questi viene assassinato a Dallas. Accompagna il suo corpo fino a Washington e vi cammina accanto durante la processione funebre.
Poi, in cerca di privacy, la first-lady si trasferisce assieme ai propri bambini a New York. Il 20 ottobre del 1968 sposa Aristotele Onassis, ricchissimo uomo d'affari greco. Il matrimonio fallisce, ma la coppia non divorzierà mai.
Onassis morirà nel 1975. Dopo essere diventata per la seconda volta vedova, Jackie inizia a lavorare nell'editoria, diventando senior editor di Doubleday, dove era l'esperta di arte Egiziana e letteratura.
Jacqueline Kennedy muore a New York il 19 maggio 1994.
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| Giovanni Paolo II
(Ioannes Paulus II), nato Karol Józef Wojtyla
(Wadowice, 18 maggio 1920 -Città del Vaticano, 2 aprile 2005) |
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E' stato il 264° papa della Chiesa cattolica (il 263° successore di Pietro), nonché vescovo della città di Roma e sovrano dello Stato Vaticano. Fu eletto al soglio di Pietro il 16 ottobre 1978.
Primo papa non italiano dopo 455 anni, cioè dai tempi dell'olandese Adriano VI (1522 – 1523), è stato inoltre il primo pontefice polacco, e slavo in genere, della storia.
Giovanni Paolo II intraprese sin dal principio del suo pontificato una vigorosa azione politica e diplomatica contro il comunismo e l'oppressione politica, ed è considerato uno degli artefici del crollo dei sistemi del socialismo reale, già controllati dalla ex Unione Sovietica. Combatté la Teologia della Liberazione, intervenendo ripetutamente in occasioni di avvicinamenti di alcuni esponenti del clero verso soggetti politici dell'area marxista. Stigmatizzò inoltre il capitalismo sfrenato e il consumismo, considerati antitetici alla ricerca della giustizia sociale, causa di ingiustificata sperequazione fra i popoli e, per taluni effetti, lesivi della dignità dell'uomo. Nel campo della morale, si oppose fermamente all'aborto e confermò l'approccio tradizionale della Chiesa sulla sessualità umana, sul celibato dei preti, sul sacerdozio femminile.
I suoi più di 100 viaggi in tutto il mondo videro la partecipazione di enormi folle (tra le più grandi mai riunite per eventi a carattere religioso). Con questi viaggi apostolici, Giovanni Paolo II coprì una distanza molto maggiore di quella coperta da tutti gli altri papi messi assieme. Questa grande attività di contatto (anche con le generazioni più giovani, con la creazione delle Giornate Mondiali della Gioventù) fu da molti interpretata come segno di una seria intenzione di costruire un ponte di relazioni tra nazioni e religioni diverse, nel segno dell'ecumenismo, che era stato uno dei punti fermi del suo papato.
Papa Wojtyla beatificò e canonizzò molte più persone di ogni altro pontefice: si calcola che le persone da lui beatificate e canonizzate siano state - ad ottobre 2004 - circa 1.340.
Il 14 marzo 2004 il suo pontificato superò quello di Leone XIII come terzo pontificato più lungo della storia (dopo Pio IX e San Pietro).
La lunghezza del papato di Karol Wojtyla fu in marcato contrasto con quella del suo immediato predecessore, Giovanni Paolo I, che morì improvvisamente dopo soli 33 giorni di ufficio (e in memoria del quale Giovanni Paolo II scelse il proprio nome |
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Giulio Carlo Argan |
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Giulio Carlo Argan (Torino, 17 maggio 1909 – Roma, 12 novembre 1992) è stato un critico d'arte e politico italiano, primo sindaco comunista di Roma nel 1976.
Negli anni venti frequenta l'ambiente culturale gobettiano e si forma all'Università con Lionello Venturi, ricevendone l'esempio di una critica di impostazione crociana, ma estesa anche all'arte contemporanea. Si interessa soprattutto di architettura: nel 1930 esordisce con gli articoli Palladio e la critica neoclassica e Il pensiero critico di Antonio da Sant’Elia; nel 1931 si laurea su Sebastiano Serlio. Frequenta il Perfezionamento, è assistente di Toesca, e nel 1933 entra nell'amministrazione Antichità e Belle Arti, diventando ispettore a Torino, poi a Modena e infine a Roma alla Direzione Generale, dove elabora assieme a Cesare Brandi il progetto dell'Istituto Centrale del Restauro oltre ad essere redattore della rivista Le Arti. Nel 1936-1937 pubblica due volumetti sull'architettura medievale e nel 1937-1938 un manuale di storia dell'arte per i licei. Nel 1939 compie un viaggio negli Stati Uniti e in quello stesso anno sposa Anna Maria Mazzucchelli, già redattrice della Casabella di Pagano e Persico.
Nel dopoguerra interviene in difesa dell'arte astratta e dell'architettura moderna (Henry Moore, 1948; Walter Gropius e la Bauhaus, 1951; La scultura di Picasso 1953; Pier Luigi Nervi, 1955), occupandosi anche di urbanistica, di museologia, di design; pubblica monografie su artisti rinascimentali, mettendo a frutto i suoi legami con studiosi del Warburg Institute e utilizzando in modo molto personale il metodo iconologico (Brunelleschi, 1955; Fra' Angelico, 1955; Botticelli, 1957); elabora una nuova interpretazione dell'arte barocca attraverso le chiavi della "tecnica" e della "rettorica" (Borromini, 1952; L'architettura barocca in Italia, 1957; L'Europa delle capitali, 1964).
Nel 1955 inizia l'insegnamento universitario a Palermo e poi dal 1959 a Roma (cattedra di Storia dell'arte moderna); è direttore della sezione moderna dell'Enciclopedia Universale dell'Arte e partecipa alla fondazione del Saggiatore di Albero Mondadori; nel 1958 entra a far parte del Consiglio Superiore Antichità e Belle Arti (vi resterà, nelle varie sezioni, fino all'istituzione del Ministero nel 1974). Negli anni sessanta ha un ruolo di primo piano nel dibattito sullo sviluppo delle correnti più moderne: dall'informale all'arte gestaltica, dalla pop art all'arte povera, fino all'elaborazione della tesi sulla morte dell'arte, cioè la crisi irreversibile del sistema delle tecniche tradizionali dell'arte nella società industriale e capitalistica. Nel 1968 pubblica la Storia dell'arte italiana, seguita da L'arte moderna 1770-1970, e nel 1969 fonda la rivista Storia dell'arte. Un ruolo significativo è svolto da Argan nella rivalutazione del neoclassicismo e dell'opera di Antonio Canova attraverso corsi universitari e conferenze.
Negli anni 1976-1979 è sindaco di Roma e dal 1983 senatore del PCI per due legislature. Memorabile e di notevole importanza storica il suo incontro con Papa Giovanni Paolo I avvenuto nella capitale nel 1978. Nel 1990 pubblica Michelangelo architetto (con B. Contardi). Negli ultimi anni si dedica soprattutto alla difesa del patrimonio artistico e alla riforma delle leggi di tutela.
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Un
Santo al giorno..
da
www.santiebeati.it/
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Sant'
Irene (Erina) da Lecce Vergine e martire |
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5
maggio
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Santa
venerata a Lecce, ma la sua persona è circondata alla
leggenda, studi approfonditi sulla sua esistenza mancano,
mentre vi è un’antica ‘Vita’ abbreviata del Menologio
di Basilio II del sec. X.
Irene che a Lecce è chiamata Erina, era figlia di un
signorotto di nome Licinius, che geloso della bellezza della
figlioletta, all’età di sei anni la rinchiuse sulla cima di
una torre, sorvegliata da tredici servi.
Dio la istruì nel cuor suo della dottrina cristiana e s.
Timoteo, discepolo di s. Paolo, la battezzò, lei prese gli
idoli che il padre le aveva dato da adorare e li infranse; il
padre preso dall’ira la fece legare su un cavallo
imbizzarrito per farla morire, ma miracolosamente Irene si
salvò, mentre il padre morì a causa delle conseguenze di un
morso ricevuto alla mano, dallo stesso cavallo.
La giovane cristiana ottenne con le preghiere, la resurrezione
del padre, il quale unitamente alla famiglia ed a circa
tremila pagani, si convertì al cristianesimo. Il governatore
Ampelio tentò di farla apostatare e al suo rifiuto,
inferocito, la fece torturare e decapitare. (In questa
‘Vita’ non vi è alcuna indicazione di luogo né di data).
Altre ‘Vite’ che sono lo svolgimento e l’abbellimento
della precedente, sono condensate nei sinassari bizantini, uno
di questi, narra che Irene nacque a Magedo (Persia) figlia di
re e prima di essere battezzata si chiamava Penelope, segue
tutta una carrellata d’inverosimili miracoli e conversioni
di pagani in massa; alla fine la santa è mandata a morte dal
re di Persia, Sapore (272), al tempo di Costantino imperatore.
Secondo un’altra tradizione Irene, figlia di Licinio,
sarebbe originaria di Lecce, dove è festeggiata al 5 maggio
con il nome di Erina.
Dal V secolo a Costantinopoli vi erano già due chiese a lei
intitolate, più volte restaurate e ricostruite di cui una
esiste tuttora.
Il nome Irene deriva dal greco Eiréne e vuol dire Pace,
infatti la dea della pace, nella mitologia greca, si chiamava
appunto Irene; il nome venne adottato nel latino imperiale con
significato augurale e poi dai cristiani come nome apportatore
di pace tra tutti i fratelli in Cristo e soprattutto della
Pace celeste.
Etimologia:Irene
= pace, pacifica, dal greco
Emblema: Palma
Autore:
Antonio Borrelli |
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| San
Francesco Caracciolo
Sacerdote |
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4
giugno
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| Villa S.
Maria, Chieti, 13 ottobre 1563 - Agnone, 4 giugno 1608
Si
chiamava Ascanio Caracciolo e aveva il recapito presso la
Congregazione dei Bianchi della Giustizia, che si dedicava
all'assistenza dei condannati a morte, dove operava anche un
altro sacerdote suo omonimo. Un giorno giunse una lettera,
scritta dal genovese Agostino Adorno e da Fabrizio Caracciolo,
abate di Santa Maria Maggiore di Napoli. I due si rivolgevano
ad Ascanio Caracciolo - ma a quale dei due? - per chiedergli
di collaborare alla fondazione di un nuovo Ordine, quello dei
Chierici Regolari Minori. Il postino recapitò la lettera al
giovane sacerdote, nato il 13 ottobre 1563 a Villa Santa Maria
di Chieti e trasferitosi a Napoli a ventidue anni di età per
completarvi gli studi teologici. All'eremo di Camaldoli
scrisse la Regola, approvata poi nel 1588. L'anno dopo Ascanio
emetteva i voti religiosi assumendo il nome di Francesco. Nel
1593 la piccola Congregazione tenne il primo capitolo generale
e Francesco dovette accettare per obbedienza la carica di
preposito generale. Intanto la congregazione approdava a Roma,
alla chiesa di Sant'Agnese in piazza Navona. Francesco morì
il 4 giugno 1608. (Avvenire)
Patronato:Napoli
Etimologia:Francesco
= libero, dall'antico tedesco
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| Santa
Clotilde
Regina dei Franchi |
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3
giugno
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| Lione
(Francia), ca. 474 - Tours (Francia), 3 giugno 545
Nasce
intorno al 474 da Chilperico re dei Burgundi. Orfana, andrà
sposa a Clodoveo re dei Franchi, popolo di origine germanica
che si sta espandendo in Gallia. Accetta il figlio di
Clodoveo, Teodorico, avuto da una concubina, ma si preoccupa
per la loro diversa fede: lei è cristiana, il re è pagano.
Nato il primo figlio, Ingomero, Clotilde ottiene che sia
battezzato, ma il piccolo muore subito. La serenità torna con
la nascita del secondo, battezzato col nome di Clodomiro.
Seguono Childeberto, Clotario e una bambina, Clotilde. La
regina riesce poi a convincere Clodoveo a farsi cristiano: lo
battezzerà Remigio di Laon, vescovo di Reims. La sua però
suona come una mossa politica: a Clodoveo serve l'aiuto della
Chiesa. Ma le lotte tra i figli di Clotilde e del re scoppiano
alla morte di Clodoveo. Per sanare la guerra fratricida la
regina si affida con la preghiera a san Martino di Tours. E
morirà nel 545 proprio nella città del vescovo santo. (Avvenire)
Etimologia:Clotilde
= illustre in battaglia, dall'antico franco
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Santa
Blandina
Martire di Lione |
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2
giugno
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| †
Lione, 177
E'
presente nel Martirologio Romano. A Lione in Francia,
santi martiri Potino, vescovo, Blandina e quarantasei
compagni, le cui ardue e reiterate prove compiute al
tempo dell’imperatore Marco Aurelio sono attestate
nella lettera scritta dalla Chiesa di Lione alle Chiese
d’Asia e Frigia. Tra questi, il nonagenario vescovo
Potino rese il suo spirito poco dopo essere stato
incarcerato; altri, come lui, morirono in carcere e
altri ancora posti al centro dell’arena davanti a
migliaia di persone radunate per lo spettacolo: quanti
erano stati identificati come cittadini romani subirono
la decapitazione, gli altri invece venivano dati in
pasto alle fiere. Da ultima, Blandina, sgozzata alfine
con la spada dopo aver patito più lunghe e aspre
torture, seguì tutti coloro che ella aveva poco prima
esortato a raggiungere la palma del martirio.
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Nel 177 si scatenò a Lione, una persecuzione contro i
cristiani, secondo gli editti dell’imperatore Marco
Aurelio; il ‘Martyrologium Romanum’ riporta al 2
giugno un gruppo di 48 martiri, uccisi più o meno nello
stesso tempo in odio alla fede cristiana, sia a Lione
sia a Vienne, ma che comunque sono denominati ‘Martiri
di Lione’.
Il loro glorioso martirio è narrato da testimoni
contemporanei, assolutamente degni di fede; il racconto
completo era contenuto in una lettera, che la Chiesa
della Gallia, inviò poco dopo gli avvenimenti, ai
confratelli dell’Asia e della Frigia e che lo storico
Eusebio di Cesarea, incluse integralmente nella sua
‘Historia Ecclesiastica’ pervenuta così fino a noi.
Il gruppo menzionato è capeggiato da s. Fotino vescovo
e il secondo nome è quello di Blandina, la quale era
una schiava cristiana, arrestata insieme alla sua
padrona. Nonostante i timori che gli altri cristiani
nutrivano sulla sua saldezza nella fede, ella dimostrò
invece una fermezza straordinaria nell’affrontare il
martirio, che a lei non fu risparmiato in crudeltà;
ripeteva “io sono cristiana e tra noi non c’è
nessun male”.
Fu condotta inizialmente nell’anfiteatro e appesa ad
un palo a forma di croce, ella pregò ad alta voce e le
fiere non l’aggredirono. Poi fu ricondotta
nell’arena insieme ad altri fedeli, sopravvissuti ai
vari supplizi, qui fu costretta ad assistere alla morte
atroce dei suoi compagni, mentre lei superava ancora una
volta, il tormento della graticola ardente.
Rimasta sola, su di lei si accanì la ferocia pagana;
ignuda e ricoperta con una rete, fu esposta ai lazzi
degli spettatori ed alla furia di un toro, che
colpendola con le corna, la lanciò più volte in aria;
infine fu finita con la spada. Gli stessi pagani
dichiararono che mai, in mezzo a oro, una donna aveva
sopportato così numerosi e duri tormenti.
Santa Blandina, schiava nella vita, ma eroica e gloriosa
martire nella morte, è raffigurata da secoli
nell’arte, con gli attributi del suo supplizio: la
rete, la graticola, il palo, i leoni, il toro; viene
celebrata il 2 giugno insieme agli altri martiri di
Lione. |
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| San
Teobaldo Roggeri |
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1
giugno
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| Vicoforte,
1100 circa - 1150
Patronato:Ciabattini,
facchini, mendicanti
Etimologia:Teobaldo = forte capitano, dal greco |
Nacque verso il 1100 a Vicoforte, detta allora semplicemente
Vico in provincia di Asti, da genitori benestanti della
piccola nobiltà locale. Notizie sulla sua vita ve ne sono
pochissime, esse comunque vengono riportate in un antico
documento composto da un codice membranaceo palinsesto del
sec. XIV conservato nell’archivio capitolare di Alba
(Cuneo).
Esso si compone di diciotto pergamene unite insieme e formanti
un "rotulo" di m. 6,30, riporta notizie precedenti
della vita e anche dei miracoli attribuiti alla sua
intercessione. Il testo originale latino è stato pubblicato
insieme alla versione italiana da Luigi Giordano ne’ Il
‘rotulo’ di s. Teobaldo Roggeri e anche ne’ La storia di
s. Teobaldo Roggeri, il santo dell’antico Comune e della
Corporazioni Alba,1929.
A dodici anni, rimasto solo al mondo, lasciò Vico e si
trasferì ad Alba ove si occupò presso la bottega di un
ciabattino per imparare il mestiere, anzi si stabilì presso
la famiglia dello stesso, per vivere così una vita umile fra
poveri.
Alla morte del suo benefattore, che invano aveva sperato di
vederlo sposato con la figlia Virida, Teobaldo lasciò Alba
dopo aver rifornito di mezzi per vivere, la famiglia presso la
quale aveva vissuto per quasi dieci anni. Andò pellegrino a
Santiago di Compostella in Spagna, mendicando di porta in
porta.
Ritornato ad Alba non riprese il mestiere di ciabattino ma
scelse di fare il facchino considerato il più umile fra i
mestieri e così privandosi del poco guadagno poté aiutare
questi miseri.
Pentendosi di aver reagito con uno scatto indignato ad
un’offesa ricevuta, volle espiare per tutta la sua restante
vita e prese a dormire sulla nuda pietra della scalinata della
chiesa di s. Lorenzo ove prese anche a servire come sacrestano
nelle ore libere dal facchinaggio.
Una sera che si era recato a far visita alla vedova del
ciabattino, lo colpì un grave malore e sotto quel tetto morì
nell’anno 1150. Secondo i suoi desideri fu sepolto nello
spazio compreso fra le due chiese di s. Lorenzo e s.
Silvestro. La sua tomba divenne meta di pellegrinaggi e
svariati miracoli avvennero, ma col trascorrere del tempo, la
sua tomba cadde in oblio fino al punto che se ne dimenticò il
posto.
Tuttavia essa fu riscoperta, quasi per ispirazione, dal
vescovo di Alba Alerino dei Rembaudi, il 31 gennaio 1429. Tale
episodio è ricordato dalla lapide marmorea fatta murare dallo
stesso vescovo nella cappella dedicata al Santo, nel Duomo,
ove le spoglie furono poi traslate.
Il culto immemorabile venne riconosciuto ufficialmente solo
nel 1841 dalla Santa Sede, dietro richiesta del vescovo di
Alba, Costanzo Fea.
La festività liturgica ricorre comunemente il 1° giugno, ma
viene anche celebrata il 1° febbraio con la cosiddetta
"Festa delle ricordanze" che si apre con il suono
notturno delle campane con cui si vuol ricordare il prodigio
delle campane che suonarono da sole quando avvenne il
ritrovamento della tomba nella tarda sera del 31-1-1429. |

| Visitazione
della Beata Vergine Maria |
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31
maggio
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Dopo
l'annuncio dell'Angelo, Maria si mette in viaggio
frettolosamente" dice S. Luca) per far visita alla
cugina Elisabetta e prestarle servizio. Aggregandosi
probabilmente ad una carovana di pellegrini che si
recano a Gerusalemme, attraversa la Samaria e raggiunge
Ain-Karim, in Giudea, dove abita la famiglia di
Zaccaria. E’ facile immaginare quali sentimenti
pervadano il suo animo alla meditazione del mistero
annunciatole dall'angelo. Sono sentimenti di umile
riconoscenza verso la grandezza e la bontà di Dio, che
Maria esprimerà alla presenza della cugina con l'inno
del Magnificat, l'espressione "dell'amore gioioso
che canta e loda l'amato" (S. Bernardino da Siena):
"La mia anima esalta il Signore, e trasale di gioia
il mio spirito...".
La presenza del Verbo incarnato in Maria è causa di
grazia per Elisabetta che, ispirata, avverte i grandi
misteri operanti nella giovane cugina, la sua dignità
di Madre di Dio, la sua fede nella parola divina e la
santificazione del precursore, che esulta di gioia nel
seno della madre. Maria rimane presso Elisabetta fino
alla nascita di Giovanni Battista, attendendo
probabilmente altri otto giorni per il rito
dell'imposizione del nome. Accettando questo computo del
periodo trascorso presso la cugina Elisabetta, la festa
della Visitazione, di origine francescana (i frati
minori la celebravano già nel 1263), veniva celebrata
il 2 luglio, cioè al termine della visita di Maria.
Sarebbe stato più logico collocarne la memoria dopo il
25 marzo, festa dell'Annunciazione, ma si volle evitare
che cadesse nel periodo quaresimale.
La festa venne poi estesa a,tutta la Chiesa latina da
papa Urbano VI per propiziare con la intercessione di
Maria la pace e l'unità dei cristiani divisi dal grande
scisma di Occidente. Il sinodo di Basilea, nella
sessione del 10 luglio 1441, confermò la festività
della Visitazione, dapprima non accettata dagli Stati
che parteggiavano per l'antipapa.
L'attuale calendario liturgico, non tenendo conto della
cronologia suggerita dall'episodio evangelico, ha
abbandonato la data tradizionale del 2 luglio
(anticamente la Visitazione veniva commemorata anche in
altre date) per fissarne la memoria all'ultimo giorno di
maggio, quale coronamento del mese che la devozione
popolare consacra al culto particolare della Vergine.
"Nell'Incarnazione - commentava S. Francesco di
Sales - Maria si umilia confessando di essere la serva
del Signore... Ma Maria non si indugia ad umiliarsi
davanti a Dio perchè sa che carità e umiltà non sono
perfette se non passano da Dio al prossimo. Non è
possibile amare Dio che non vediamo, se non amiamo gli
uomini che vediamo. Questa parte si compie nella
Visitazione".
Autore: Piero Bargellini
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Santa Giovanna d'Arco Vergine |
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30 maggio - Comune Domrémy (Vosges, Francia), c.a 1412
Rouen (Francia), 30 maggio 1431
Figlia di contadini, analfabeta, lasciò giovanissima la casa paterna per seguire il volere di Dio, rivelatole da voci misteriose, secondo il quale avrebbe dovuto liberare la Francia dagli Inglesi. Presentatasi alla corte di Carlo VII, ottenne dal re di poter cavalcare alla testa di un'armata e, incoraggiando le truppe con la sua ispirata presenza, riuscì a liberare Orleans e a riportare la vittoria di Patay. Lasciata sola per la diffidenza della corte e del re, Giovanna non potè condurre a termine, secondo il suo progetto, la lotta contro gli Anglo-Borgognoni; fu dapprima ferita alle porte di Parigi e nel 1430, mentre marciava verso Compiegne, fatta prigioniera dai Borgognoni, che la cedettero agli Inglesi. Tradotta a Rouen davanti a un tribunale di ecclesiastici, dopo estenuanti interrogatori fu condannata per eresia ed arsa viva. Fu riabilitata nel 1456. Nel 1920 Benedetto XV la proclamava santa.
Etimologia:Giovanna = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico
Emblema:Giglio
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| Santa
Bona da Pisa
Vergine |
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29
maggio
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| Pisa,
1155/6 - 1207
Nel
secolo XIII si assiste ad un numero sempre maggiore di sante.
Queste donne cristiane, spesso laiche, sembrano rientrare in
una tipologia di santità femminile che non appartiene a Bona.
La santa pisana infatti si distingue da altre figure femminili
per la sua vocazione fin da bambina; la scelta della verginità
e l'assoluta obbedienza nei confronti dei suoi superiori. Ma
ciò che caratterizza Bona e che la allontana moltissimo da
altre sante del suo tempo è la continuità dei viaggi, che
non verranno meno anche in periodi particolarmente difficili:
Santiago de Compostela (che raggiungerà ben nove volte), San
Michele al Gargano, Roma e la Terra Santa sono le sue méte
preferite.
Al tempo stesso non rinnegherà mai il suo forte legame con
Pisa e i suoi abitanti ed in particolare con i canonici
agostiniani di san Martino e con i monaci pulsanesi di san
Michele degli Scalzi: i numerosi miracoli compiuti dalla santa
pisana dimostrano la sua grande attenzione e premura
soprattutto nei confronti dei più deboli e dei più poveri.
Patronato:
Hostesses
Etimologia:Dal
latino bonum, i; neutro, il
Emblema:Croce
e la lettera
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| Beata
Maria Bartolomea Bagnesi
Domenicana |
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28
maggio
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| Firenze,
1514 - 1577
La
fiorentina Maria Bartolomea Bagnesi trascorse gran parte
dell'esistenza immobilizzata a letto dalla malattia. Dopo
morta, compì un miracolo in favore di un'altra donna che
sarebbe divenuta santa dopo aver vissuto anche lei nella
sofferenza, Maria Maddalena de' Pazzi (che di poco la precede
nel calendario, il 25 maggio). Quest'ultima nel 1582 era
entrata nel monastero fiorentino delle Carmelitane di Santa
Maria degli Angeli, dove Maria Bartolomea era stata sepolta
pochi anni prima, nel 1577, e dove ancora oggi si venera il
suo corpo incorrotto. La beata era nata nel 1514 e a
diciott'anni era stata colpita da una grave, misteriosa
malattia che si intensificava ogni venerdì, nella Settimana
Santa e in varie altre solennità liturgiche. Lei la sopportò
con fede. A 33 anni il male le diede una tregua, permettendole
di vestire l'abito di Terziaria domenicana. Il culto è stato
approvato dal 1804. (Avvenire)
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San
Secondino
Martire venerato a Capua |
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27
maggio |
Il culto di S. Secondino martire è attestato in
Campania, specie a Capua e dintorni, dove è festeggiato
il 27 maggio, dal secolo XIV in poi. A Gaeta e Calvi, il
santo è ricordato il 22 ottobre, a Mondragone il 1°
luglio, il 7 dicembre a Benevento, a Troia il 30 aprile,
a Montevergine, viene festeggiato il 29 aprile.
Reliquie del santo si trovano a Montevergine, come si può
vedere nella cripta di S. Guglielmo, a Benevento, in
Cattedrale, e, naturalmente, a Troia, di cui è patrono.
In queste località, il santo è identificato con il
Secondino che figura nel gruppo, fittizio, dei dodici
confessori leggendari, in gran parte vescovi, espulsi
dall’Africa nella persecuzione dei vandali e
festeggiati a Capua il 1° settembre.
La leggendaria Vita S. Castrensis, del XII secolo, narra
che Secondino giunse in Campania su una barca, mezza
sfasciata. Come gli altri 12 compagni (tra cui i celebri
Adiutore, Castrense, Marco, Tammaro, Canione), Secondino
divenne vescovo di una città del Meridione, nel suo
caso Aeca, ossia Troia in Puglia.
Nel 1018, mentre, sulle rovine di Aeca, si costruiva la
nuova città di Troia, nella chiesa di S. Marco si
rinvenne il sarcofago di un santo di nome Secondino.
Il sarcofago, oggi ancora visibile, reca la scritta: HIC
REQUIESCIT SANCTUS ET VENERABILIS SECONDINUS QUI
SANCTORUM FABRICAS RENOVAVIT RAPTUS IN REQUIEM TERTIO
IDUS FEBRUARII. L’epitaffio è del V/VI secolo.
Un monaco cassinese, il salernitano Gualfiero, scrisse
gli atti del rinvenimento delle reliquie, i miracoli che
ne seguirono e una Vita.
Gli antichi bollantisti pensarono che S. Secondino fosse
quell’omonimo che faceva parte della comitiva di 12
confessori/vescovi provenienti dall’Africa, come prima
detto. Il Lanzoni ritenne, però, che S. Secondino non
appartiene ad Aeca ma Macomedis in Africa, vissuto nel
III secolo, venerato in vari luohi in Campania, e con il
tempo, creduto vescovo locale.
I dati agiografici di S. Secondino hanno scarso valore
storico: sono solo ipotesi più o meno accettabili.
Più autentiche, sebbene contraddittorie, sono invece le
notizie sul culto del santo che si ricavano dal
Martirologio Geronimiano. Questo commemora S. Secondino
varie volte, in varie date e anche con forme grafiche
diverse. Queste commerorazioni difficilmente possono
riferirsi ad un unico personaggio, tanto che identicare
il S. Secondino venerato in vari centri in Campania,
soprattutto nel Sannio e in Irpinia, è in pratica
impossibile. |
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San
Filippo Neri
Sacerdote |
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26
maggio
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| Firenze,
1515 - Roma, 26 maggio 1595
Fondò
l'Oratorio che da lui ebbe il nome. Unì all'esperienza
mistica, che ebbe le sue più alte espressioni
specialmente nella celebrazione della Messa, una
straordinaria capacità di contatto umano e popolare. Fu
promotore di forme nuove di arte e di cultura.
Catechista e guida spirituale di straordinario talento,
diffondeva intorno a sè un senso di letizia che
scaturiva dalla sua unione con Dio e dal suo buon umore.
(Mess. Rom.)
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L'uomo
che sarebbe stato chiamato "l'Apostolo della città
di Roma" era figlio di un notaio fiorentino di
buona famiglia. Ricevette una buona istruzione e poi
fece pratica dell'attività di suo padre; ma aveva
subito l'influenza dei domenicani di san Marco, dove
Savonarola era stato frate non molto tempo prima, e dei
benedettini di Montecassino, e all'età di diciott'anni
abbandonò gli affari e andò a Roma. Là visse come
laico per diciassette anni e inizialmente si guadagnò
da vivere facendo il precettore, scrisse poesie e studiò
filosofia e teologia. A quel tempo la città era in uno
stato di grande corruzione, e nel 1538 Filippo Neri
cominciò a lavorare fra ? g?ovam della città e fondò
una confraternita di laici che si incontravano per
adorare Dio e per dare aiuto ai pellegrini e ai
convalescenti, e che gradualmente diedero vita al grande
ospizio della Trinità. Filippo passava molto tempo in
preghiera, specialmente di notte e nella catacomba di
san Sebastiano, dove nel 1544 sperimentò un'estasi di
amore divino che si crede abbia lasciato un effetto
fisico permanente sul suo cuore. Nel 1551 Filippo Neri
fu ordinato prete e andò a vivere nel convitto
ecclesiastico di san Girolamo, dove presto si fece un
nome come confessore; gli fu attribuito il dono di saper
leggere nei cuori. Ma la sua occupazione principale era
ancora il lavoro tra i giovani.
Sopra la chiesa fu costruito un oratorio in cui si
tenevano conferenze religiose e discussioni e si
organizzavano iniziative per il soccorso dei malati e
dei bisognosi; là, inoltre, furono celebrate per la
prima volta funzioni consistenti in composizioni
musicali su temi biblici e religiosi cantate da solisti
e da un coro (da qui il nome "oratorio"). San
Filippo era assistito da altri giovani chierici, e nel
1575 li aveva organizzati nella Congregazione
dell'Oratorio; per la sua società (i cui membri non
emettono i voti che vincolano gli ordini religiosi e le
congregazioni), costruì una nuova chiesa, la Chiesa
Nuova, a santa Maria "in Vallicella". Diventò
famoso in tutta la città e la sua influenza sui romani
del tempo, a qualunque ceto appartenessero, fu
incalcolabile.
Ma san Filippo non sfuggì alle critiche e
all'opposizione: alcuni furono scandalizzati
dall'anticonvenzionalità dei suo discorsi, delle sue
azioni e dei suoi metodi missionari. Egli cercava di
restituire salute e vigore alla vita dei cristiani di
Roma in modo tranquillo, agendo dall'interno; non aveva
una mentalità clericale, e pensava che il sentiero
della perfezione fosse aperto tanto ai laici quanto al
clero, ai monaci e alle monache. Nelle sue prediche
insisteva più sull'amore e sull'integrità spirituale
che sulle austerità fisiche, e le virtù che
risplendevano in lui venivano trasmesse agli altri:
amore per Dio e per l'uomo, umiltà e senso delle
proporzioni, gentilezza e gaiezza - "riso" è
una parola che compare spesso quando si tratta di san
Filippo Neri. |
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| San
Zanobi (Zenobio)
Vescovo di Firenze |
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25
maggio
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| Firenze,
IV secolo - † 417 |
L’unica
notizia storica e sicura che ci è pervenuta di s.
Zenobio è quella riferita dal biografo di s. Ambrogio,
Paolino, il quale scrivendo verso il 422 dice che a
Firenze: “è ora vescovo il sant’uomo Zenobio”.
Egli nacque nel capoluogo toscano verso la metà del
secolo IV e l’arcivescovo di Amalfi, Lorenzo (†
1049) che scrisse la prima biografia mentre era in
esilio a Firenze, racconta che Zanobi (Zenobio) ebbe una
educazione cristiana impartitagli dal vescovo Teodoro,
poi si sarebbe trasferito a Roma dove avrebbe ricevuto
dal papa Damaso († 384) l’incarico di una missione
presso la corte imperiale di Costantinopoli.
Ritornato a Firenze riprese il suo ministero, forse non
ancora episcopale, ma certamente di rilievo, se nel 394,
come narra il su citato Paolino ebbe l’occasione di
conoscere e conversare con s. Ambrogio di Milano, di
passaggio per Firenze.
Divenuto vescovo della città, esercitò con abnegazione
l’attività episcopale, evangelizzando completamente
Firenze ed i dintorni; si meritò la definizione da
parte di Paolino di “vir sanctus”, avendolo
conosciuto personalmente, è riconosciuto in antichi
documenti successivi, come “Apostolo di Firenze”;
lottò contro l’arianesimo, eresia che si diffondeva
in quei tempi, secondo cui il Verbo incarnato in Gesù,
non è della stessa sostanza del Padre, ma rappresenta
la prima delle sue creature e condannata da vari Concili
del IV sec.
Morì verso il 417 e sepolto prima in S. Lorenzo che
secondo alcuni, aveva fatto costruire lui stesso, poi
traslato nel sec. IX in Santa Reparata (oggi S. Maria in
Fiore), le reliquie sono custodite in un’urna scolpita
da Lorenzo Ghiberti.
Patrono assieme a s. Antonino della città di Firenze,
la sua celebrazione religiosa è al 25 maggio. Egli è
raffigurato nell’arte fiorentina, sempre in abiti e
insegne vescovili, in cui compare costantemente il
giglio simbolo di Firenze, inoltre raramente è da solo,
ma sta sempre in compagnia di altri santi per lo più in
preghiera davanti alla Vergine. |
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Sant'
Amalia
Martire di Tavio |
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24
maggio
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| Sec.
III
Etimologia:Amalia
= attiva, energica, dall'ostrogoto
Emblema:Palma
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A dicembre, il Calendario è folto di bei nomi
femminili: Bibiana Barbara, Valeria, Eulalia, Lucia,
Adelaide, Eugenia, Anastasia, e così via. Nomi belli
nel suono e nel ricordo della santità che evocano.
Non c'è però, né a dicembre né in tutto il resto
dell'anno, una Santa con il nome di Amalia: simile nel
suono, ma diverso per origine e significato da quello di
Amelia, derivante forse dal nome latino di Emiliana.
Eppure, in molti calendari, alla data di oggi viene
indicato il nome - di origine germanica - di
Sant'Amalia. Vediamo subito perché. £ festeggiato oggi
un gruppo di Martiri caduti nella persecuzione di Decio,
sulla metà del III secolo, e messi a morte ad
Alessandria, in Egitto.
Si tratta di due uomini, Epìmaco ed Alessandro, e di
tre donne, Mercuria, Dionisia e Ammonaria. Proprio
quest'ultimo nome, di insolita forma, è stato poi
scambiato con quello più usuale di Amalia.
Vale la pena di notare come, invece, i nomi originari
delle tre donne di Alessandria: Mercuria, Dionisia e
Ammonaria - corrispondessero a quelli di altrettante
divinità pagane: Mercurio, Dioniso e l'egiziano Ammone.
Per coincidenza, o per voluta simbologia, le tre donne
cristiane avevano nomi pagani, quasi a mascherare una
realtà spirituale del tutto diversa.
Sul loro conto, però, oltre ai nomi, si conosce ben
poco. il Martirologio Romano dice delle tre: " La
prima di esse, dopo aver superato inaudite specie di
tormenti, colpita col gladio, finì beatamente la vita.
Le altre poi, vergognandosi il giudice di essere
superato dalle donne e temendo che, se avesse usato
contro di loro gli stessi tormenti, sarebbe stato vinto
dalla loro incrollabile costanza, furono decapitate
subito ".
Ammonaria, dunque, avrebbe sopportato le torture con
tanta fermezza da far vacillare lo zelo dello stesso
giudice. Un accenno a una vera e propria crisi di
coscienza da parte di un funzionario imperiale non è
molto frequente nelle storie dei Martiri. Basterebbe, da
solo, a costituire titolo di alto elogio per Sant'Ammonaria
- cioè per la nostra Sant'Arnalia.
Ma il breve vacillamento della coscienza del giudice fu
subito superato, nella maniera più spiccia e
definitiva. Per non correre rischi, egli si sbarazzò
subito delle altre due donne cristiane, facendole
decapitare.
E’ la risoluzione della viltà, quando la coscienza fa
sentire la sua scomoda voce, e non si ha il coraggio dì
darle retta. Quando il compromesso non basta più a
celare la verità, e gli accomodamenti morali mostrano
le corde. Meglio sopprimere la causa del turbamento,
come fece il giudice di Alessandria, che affrontare
l'intima lotta perché prevalga la verità. |
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| Sant'
Ilarione Jugskie
Monaco russo |
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23
maggio
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Nella
festa liturgica della Chiesa russa dedicata a tutti i santi di
Rostov e Jaroslavl’ il 23 maggio, questi due santi monaci
sono accomunati, ma in realtà essi sono i fondatori di due
diversi monasteri.
Doroteo era monaco del monastero delle Grotte a Pskov, secondo
la tradizione, quando nel 1615 gli svedesi minacciarono
l’invasione della regione, ebbe in sogno la Madre di Dio che
l’invitò a portare in salvo l’icona della Odighitrìa.
Con l’assenso e la benedizione dell’egumeno (abate) egli
partì e portando con sé l’icona si avviò verso la sua
regione natale; giunto alla confluenza dei due rami del fiume
Jug, il monaco si fermò per riposare e appese l’icona al
rami di un pino.
Pronto a ripartire, cercò di staccare l’icona dal ramo, ma
per quanto si adoperasse questo non gli riuscì, allora
comprese la volontà di Dio e si fermò in quel luogo vivendo
da eremita e morendovi nel 1622.
Alcuni anni dopo fu costruito l’eremo di Jugskoj nella cui
cappella fu deposto il corpo del santo monaco e la sua icona
miracolosa. L’eremo è stato sempre aperto fino all’inizio
del Novecento.
Di Ilarione si sa solamente che diede origine al monastero
della Dormizione della Madre di Dio presso il fiume Moca,
vicino alla città di Povolzsk. L’eremo esisteva già nel
1613; nel 1655 venne messo alle dipendenze del monastero
Savvino-Storozevskij e infine soppresso nel 1708.
Ilarione è raffigurato come un anziano con capelli castani e
barba e abiti monastici, mentre Doroteo ha un’iconografia più
ampia collegata all’icona della Santa Madre di Dio appesa
all’albero e lui inginocchiato davanti.
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Santa Giulia Martire in Corsica |
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22 maggio
Etimologia:Giulia = appartenente alla 'gens Julia', illustre famiglia romana, dal latino
Emblema:Palma, giglio, croce.
Nell’isola di Corsica, commemorazione di santa Giulia, vergine e martire.
Di Santa Giulia si hanno scarne notizie storicamente attendibili. Ciò che di lei conosciamo ci proviene da una Passio, alquanto tarda, risalente probabilmente al VII secolo d.C., nella quale è narrato il suo martirio e dove il racconto s’intreccia con leggende edificanti e pie tradizioni.
Si narra che la nostra Santa fosse una nobile ragazza cartaginese del V sec. d. C. che, caduta in schiavitù, fu acquistata da un commerciante, un certo Eusebio, e condotta in Siria. Eusebio, sebbene pagano, teneva però in gran considerazione le doti umane e spirituali di Giulia, essendo lei una schiava dolce, sottomessa e devota, tanto da portarla con sé nei suoi viaggi.
In uno di questi, a causa di un naufragio, la nostra Santa giunse in Corsica. Qui tutti i naufraghi, compreso Eusebio, sacrificarono agli dei, per essere scampati alla morte. Tutti, tranne ovviamente Giulia, perché cristiana.
Il governatore del posto, Felice, uomo violento e crudele, vorrebbe acquistare la bella schiava, ma Eusebio rifiutò la pur allettante proposta, tenendo molto alla donna. Una sera, allora, Felice, approfittando dell’ubriachezza di Eusebio, si fece condurre dinanzi Giulia, offrendole la libertà qualora avesse sacrificato agli dei. La Santa rifiutò con una secca risposta, essendo, del resto, lei già libera servendo Gesù Cristo come non poteva mai esserlo servendo gli idoli pagani.
Felice, indignato, tentò in vari modi di far abiurare la giovane dalla propria fede. Tutti i suoi sforzi, ciononostante, si rivelarono inutili. Per questo, non esitò a ricorrere a violenze, facendola percuotere e flagellare. Da ultimo, ordinò che le fossero strappati i capelli e che, come il Maestro che lei seguiva, fosse crocifissa a due legni in forma di croce, e gettata in mare.
Avvertiti misteriosamente in sogno alcuni monaci della vicina isola di Gor-gona di quanto accaduto, questi avvistarono al largo la croce con il corpo della martire ancora inchiodate mani e piedi. Non solo. Attaccato alla croce vi era un cartiglio, scritto da mani angeliche, con il nome e la storia del martirio. Recuperato il corpo e trasportatolo nella loro isola, dopo averlo ripulito ed unto con aromi, lo deposero in un sepolcro.
Sin qui la Passio.
Alcuni studiosi ritengono, però, che in verità, Giulia, di origine cartaginese, fosse morta martire in una delle persecuzioni sotto Decio (250 circa d.C.) o Dio-cleziano (304 d.C.) e che, a seguito dell’invasione dell’Africa da parte dei Vandali di Genserico, di fede ariana, alcuni cristiani fuggirono, portando con loro le reliquie della martire, riparando in Corsica. Lì la Passio originaria fu arricchita di taluni particolari che fecero assomigliare sempre più il racconto del supplizio della giovane a quello della Passione del Signore (di qui il riferimento alla flagellazione, alla crocifissione, all’unzione del corpo, ecc.).
Sebbene la martire fosse morta in Corsica e fosse poi approdata presso altri lidi, lei non è stata dimenticata nell’isola francese prossima all’Italia, di cui è ancora patrona.
Nel 762 d.C. circa, la regina Ansa, moglie del re longobardo Desiderio, fece traslare le reliquie di S. Giulia a Brescia approdandole, dapprima, nei pressi dell’antico nucleo urbano dell’odierna città di Livorno dove, sin dall’VIII – IX se-colo, il culto della martire si è diffuso anche in questa parte della Toscana. A Bre-scia, probabilmente nel 763, papa Paolo I le consacrò una Chiesa.
Nel Palazzo dei Dogi a Venezia si conserva un famoso trittico, Il martirio di Santa Giulia di Corsica, di Hieronymus Bosch. La devozione alla Santa, umile e laboriosa, fedele imitatrice del suo Padrone Celeste fin nei particolari del supplizio, è legata alle piaghe che l’hanno contraddistinta. Per questo, è invocata nelle patologie delle mani e dei piedi. |
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| Sant' Isberga (Gisella) Badessa |
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21 maggio
VIII secolo – inizio IX secolo Patronato:Artois
Nella data odierna, dedicata in Oriente alla festa del santo imperatore Costantino I il Grande e di sua madre Elena, si ricorda invece in Occidente la figura di Santa Isberga, sorella quasi leggendaria del primo Sacro Romano Imperatore Carlo Magno. Se da un lato è pur vero che la Chiesa latina non ha mai concesso a nessuno dei suoi figli il titolo di “Uguale agli Apostoli” che i bizantini tributano a Costantino e non solo, resta comunque il fatto che il cardinale Lambertini, futuro Benedetto XIV, indicò il caso di Carlo Magno quale classico esempio di equivalenza fra venerazione tradizionale e regolare beatificazione (De servorum Dei beatificatione, I, cap. 9, n. 4). La pietà popolare ha inoltre voluto cingere il Padre dell’Europa anche di una corona di santità tutta al femminile, annoverante sua beata madre Berta, la sua beata sposa Ildegarda e la predetta santa sorella Isberga.
Quest’ultima, che figura nei calendari della diocesi francese di Arras, sarebbe vissuta nell’VIII secolo, per poi morire agli inizi del secolo successivo. La tradizione la vuole badessa di un non meglio specificato monastero, nonché patrona della regione dell’Artois, attorno ad Arras.
Gli storici sostengono invece che l’unica sorella dell’imperatore Carlo Magno si sia chiamata Gisella e sia effettivamente stata badessa di un monastero presso Soissons. Non è dunque da escludere una identificazione tra le due persone, i cui nomi sono entrambi di origine germanica.
Il culto di Isberga è indiscussamente antico e supportato da sufficiente documentazione, anche se la sua figura non ha mai goduto una popolarità paragonabile a quella di altri personaggi di stirpe reale europei. |
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SAN TIMOTEO |
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San Timoteo fu un compagno di San Paolo durante i suoi viaggi missionari. Paolo lo avrebbe costituito vescovo di Efeso. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica che ne celebra la memoria il 26 gennaio e dalla Chiesa ortodossa che lo ricorda il 22 gennaio.
Paolo scrive due lettere a Timoteo: prima lettera a Timoteo e seconda lettera a Timoteo. Esse fanno parte delle lettere presenti nel Nuovo Testamento.
La maggior parte delle notizie che lo riguardano si ricavano dalla Bibbia, Luca negli Atti lo nomina sei volte, mentre Paolo nelle sue lettere fa riferimento a lui ben diciotto volte, oltre alle due lettere a lui indirizzate.
Timoteo, che Paolo chiama "suo vero figlio nella fede" (cfr. 2Ti 1,2), è nato in Asia Minore a Listra da un padre greco e da una madre giudea. Noti sono il nome della madre e della nonna, rispettivamente Eunice e Loide (cfr. 2Ti 1,5).
Convertito durante il primo viaggio di Paolo, fu scelto da Paolo come compagno di viaggio all'inizio del suo secondo viaggio e fu fatto circoncidere per rispetto dei giudei e dei giudeo-cristiani di quelle zone (cfr. At 16,3). Insieme con Paolo e Sila, Timoteo attraversò tutta l'Asia Minore fino alla Troade, e giunse da qui in Macedonia. Inoltre sappiamo che quando a Filippi, Paolo e Sila furono imprigionati per essersi opposti allo sfruttamento di una giovane ragazza come indovina da parte di alcuni individui senza scrupoli (cfr. At 16,16-40), Timoteo non fu arrestato.
In seguito raggiunse Paolo ad Atene da dove venne mandato alla giovane Chiesa di Tessalonica sia per avere notizie e che per riconfermarla nella fede (cfr. 1Ts 3,1-2). Timoteo ritrovò Paolo a Corinto, gli riferì i risultati della sua missione a Tessalonica e collaborò con lui all’evangelizzazione di quella città (cfr. 2Cor 1,19).
Altre notizie di Timoteo si riferiscono al terzo viaggio di Paolo, li troviamo insieme ad Efeso, infatti Timoteo è tra i mittenti delle lettere a Filemone e ai Filippesi (cfr. Fm 1,1 e Fil 1,1) che secondo alcuni studiosi furono scritte da Efeso.
Da Efeso Paolo lo inviò in Macedonia insieme a un certo Erasto (cfr. At 19,22) e poi anche a Corinto con una lettera, nella quale raccomandava ai Corinzi di fargli buona accoglienza (cfr. 1Cor 4,17 e 16,10-11).
E' ancora come co-mittente della Seconda Lettera ai Corinzi, mentre quando da Corinto Paolo scrive la Lettera ai Romani nei saluti finali aggiunge anche quelli di Timoteo (cfr Rm 16,21).
Secondo il racconto degli Atti degli Apostoli Timoteo ripartì da Corinto per raggiungere Troade sulla sponda asiatica del Mar Egeo e là aspettare Paolo di ritorno dal suo terzo viaggio missionario (cfr At20,4-5).
Le ultime notizie di Timoteo che si hanno dalla Bibbia sono alcune parole della lettera agli Ebrei dalle quali si può pensare ad un periodo di prigionia. (Eb 13,23):
«Sappiate che il nostro fratello Timoteo è stato messo in libertà; se arriva presto, vi vedrò insieme con lui.»
Altre notizie su Timoteo le fornisce Eusebio che nella sua Storia ecclesiastica lo indica come primo vescovo di Efeso dove sarebbe morto.
Nella Cattedrale di Termoli sono conservate dal 1239 alcune sue reliquie provenienti da Costantinopoli.
Ecco come Paolo si rivolge a Timoteo (2Ti 2,2):
«le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri.»
La Chiesa cattolica festeggia Timoteo assieme a Tito altro discepolo molto caro a Paolo. |

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San Dunstano Monaco e vescovo |
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19 maggio
Baltonsborough, Somerset, 910 c. - 19 maggio 988
Nasce a Baltonsborough, nella contea di Somerset, intorno al 910. Ancora fanciullo è affidato all'abbazia di Glastonbury, tenuta da sacerdoti secolari. Nel 925 suo zio Atelmo, arcivescovo di Canterbury, lo introduce nella corte di Atelstano. Ne viene cacciato dieci anni dopo per le accuse di consanguinei invidiosi. Spinto da uno zio, sant'Elfego, vescovo di Winchester, Dunstano decide di farsi monaco durante una grave malattia. Emessi i voti monastici a titolo puramente personale, perché il monachismo è pressocché scomparso dall'isola, e ordinato poco dopo sacerdote assieme all'amico sant'Etelvoldo, va già progettando la restaurazione della vita monastica, quando nel 943 il nuovo re Edmondo lo nomina abate di Glastonbury. In 15 anni, Dunstano fa di questa abbazia il centro del nuovo monachismo benedettino in Inghilterra. Degli oppositori, però, inducono il nuovo re, Edwig, sedicenne, ad espellerlo dall'isola. Due anni dopo, nel 958, il nuovo re Edgaro il Pacifico lo richiama in patria e gli affida la sede di Worcester (958), poi quella di Londra (959) e finalmente la sede primaziale di Canterbury (960). Dopo aver fatto fiorire la riforma del monachesimo inglese, muore il 19 maggio 988. (Avvenire)
Patronato:Ciechi, Fabbri
Emblema:Bastone pastorale, Pinze
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Erik IX Jedvardsson il Santo
(ca. 1120 - 18 maggio 1160) |
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Fu re di Svezia dal 1156 al 1160, simbolo del nazionalismo svedese. Successore di Sverker I il Vecchio e figlio di Jedvard, nobile svedese, fu un fervente sostenitore del cristianesimo e divenne santo e patrono della Svezia.
Nel 1150 fu eletto re dagli svedesi di Uppland, nello stesso periodo in cui in Svezia regnava Sverker I. Dopo l'assasinio di quest'ultimo nel 1156, Erik fu sovrano di tutta la Svezia, anche se alcuni storici medioevali lo ritengono un usurpatore.
Probabilmente il suo diritto al trono fu dovuto al fatto che sposò Cristina Bjørnsdatter, nobile danese, e nipote del re Ingo I di Svezia.
Le opere conosciute durante il suo regno sono a carattere religioso: portò a completamento e consacrò la cattedrale di Uppsala vecchia ed organizzò la prima crociata in Finlandia nel 1155, col fine di cristianizzare i popoli finlandesi pagani. Questa crociata diede inizio al dominio svedese in Finlandia fino al XIX secolo.
Morì assassinato nel 1160 nel giorno dell'Ascensione, vicino alla cattedrale di Uppsala vecchia, quando, uscito dalla messa, fu colpito da vari uomini, derubato del cavallo e decapitato. I sospettati erano legati alla dinastia rivale di Sverker, che ambiva a riprendere il controllo sulla Svezia.
Fu sepolto nella cattedrale di Gamla Uppsala. Nel 1167 i suoi resti furono conservati come relique, e nel 1273 furono traslati nella cattedrale di Uppsala, sede del nuovo arcivescovato.
L'assassinio del re fu considerato alla stregua di un martirio da suo figlio Canuto I di Svezia ed i suoi seguaci, tanto che Erik cominciò ad essere venerato come un santo locale nella provincia di Uppland, culto che fu poi esteso im tutta la Svezia e successivamente in tutta la Scandinavia. La sua commemorazione è stabilita il 18 maggio, giorno della morte.
Il papa Alessandro III negò di riconoscere la santità di Erik nel 1172, ed in verità la Chiesa Cattolica non lo canonizzò mai formalmente, anche se il suo culto fu tollerato.
Alla fine del Medioevo il suo regno era considerato come una sorta di periodo d'oro. Erik è sempre raffigurato come un giovane cavaliere, con una spada in mano ed la bandiera svedese.
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San
Pasquale Baylon
Religioso francescano |
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17
maggio
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| Torre
Hermosa (Aragona), 16 maggio 1540 – Villa Real
(Valenza), 17 maggio 1592
Nacque
il 16 maggio 1540, nel giorno di Pentecoste, a Torre
Hermosa, in Aragona. Di umili origini, sin da piccolo
venne avviato al pascolo delle greggi. Durante il lavoro
si isolava spesso per pregare. A 18 anni chiese di
essere ammesso nel convento dei francescani Alcantarini
di Santa Maria di Loreto, da cui venne respinto, forse
per la giovane età. Tuttavia non si perse d'animo,
venendo ammesso al noviziato il 2 febbraio 1564. L'anno
successivo, emise la solenne professione come «fratello
laico» non sentendosi degno del sacerdozio. Nel 1576 il
ministro provinciale gli affidò il compito,
estremamente pericoloso, di portare documenti importanti
a Parigi, rischiando di essere ucciso dai calvinisti.
L'impegno venne comunque assolto in modo proficuo. Tutta
la sua vita fu caratterizzata da un profondo amore per
l'Eucaristia che gli valse il titolo di «teologo
dell'Eucaristia». Fu anche autore di un libro sulla
reale presenza di Cristo nel pane e nel vino. Morì nel
convento di Villa Real, presso Valencia il 17 maggio
1592, domenica di Pentecoste. Fu canonizzato da
Alessandro VIII nel 1690. Nel 1897 Leone XIII lo proclamò
patrono dei Congressi eucaristici. (Avvenire)
Patronato:Patrono
dei Congressi Eucaristici (Leone XIII)
Etimologia:Pasquale
= in onore della festa cristiana
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| L'Almanacco
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