I Passi di Lighea 

Rivista di approfondimento culturale

a cura di Daniela Domenici

     
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(Sottofondo musicale -  Paganini -La Campanella)  

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SUOR  ELISABETTA
La mia migliore amica, una persona che mi conosce profondamente e che mi è sempre stata vicina nei momenti più duri, anche a distanza.
Ci siamo incontrate per la prima volta 37 anni fa: era stata mandata nella mia parrocchia, a Firenze, come collaboratrice dei sacerdoti, insieme ad una sua consorella, per organizzare i gruppi giovanili.
E’ originaria di Piacenza, era ed è un’artista.
Dopo qualche anno, quando si rese conto di non avere spazio e autonomia sufficiente per lavorare con noi giovani, lasciò il suo incarico ed,insieme a Suor Cristiana, decise di dar vita ad una struttura che non esisteva allora, a Firenze, o almeno non a livello maschile: un centro accoglienza per detenuti in permesso o in affidamento, che non sapevano dove andare o a chi appoggiarsi in quei primi momenti difficili. Si fecero aiutare da alcuni obiettori di coscienza, presero un ultimo piano di un palazzo antichissimo e un po’ fatiscente vicino a Piazza santo Spirito della Caritas e lì vissero e operarono per più di 15 anni.
Nel frattempo maturava in loro un’insoddisfazione verso alcuni dogmi e sovrastrutture della chiesa cattolica a cui si erano consacrate così tanti anni prima con profonda convinzione. Cominciarono a frequentare e a studiare la Bibbia per capirne di più ed un giorno di poco tempo fa presero insieme la decisione di non rinnovare i voti, tornando quindi allo stato laicale, e di aderire con gioia alla chiesa evangelica. 
P.S. Forse alcuni di voi ricordano suor Elisabetta solo per il processo a Pacciani, quando salì alla ribalta delle cronache senza che lei lo desiderasse, trovandosi profondamente a disagio, lei così schiva per natura. Questa foto risale a quel periodo, durante un processo, assediata dai giornalisti e un po’ intimorita dai flash dei fotografi.

IL MIO CUORE ALL’ISOLOTTO 

Con la mia famiglia siamo andati ad abitare all’Isolotto nell’agosto del 1965.

All’epoca non c’era neanche la strada asfaltata, davanti a casa mia un enorme campo di papaveri, il quartiere era sorto una decina di anni prima come prettamente operaio, vicino a casa mia diventò una zona di enorme immigrazione dal sud.

In quegli anni all’Isolotto c’era solo una chiesa (poi ne sarebbe sorta un’altra, una baracca, diventata poi chiesa, chiamata SS:Nome di Gesù ai Bassi, gestita da un gruppo di gesuiti), quella in piazza dell’Isolotto, il cui parroco era Don Enzo Mazzi.

Io ero una bambina di terza elementare quando cominciai a frequentare quella chiesa per prepararmi alla Prima Comunione e da subito mi trovai bene. Don Mazzi stava già “inserendo” alcune novità nella sua comunità, novità la cui portata compresi pienamente dopo, paragonandola ad altre parrocchie. Ricordo perfettamente che già all’epoca aveva fatto “sparire” i confessionali e la nostra prima confessione, per prepararci alla Comunione, avvenne faccia a faccia con lui in un clima di assoluta confidenza e serenità, questo già 40 anni fa. E poi la “rivoluzione” dell’altare, non più in fondo alla chiesa con il celebrante che rivolge le spalle alla gente ma in mezzo a noi, come un padre che parli con i figli.

E poi Enzo fu sospeso a divinis da Florit e uscimmo in piazza per continuare a celebrare la Messa, nonostante tutto. E’ a quel periodo che si ricollegano i miei ricordi più vivi e più pregnanti, l’arrivo di don Sergio e di don Paolo, Enzo che parte per aiutare nel terremoto di Ghibellina qui in Sicilia e tantissimi altri.

Le foto qui accanto sono un omaggio a lui e a tutto quello che mi ha lasciato dentro come esempio di onestà e coerenza con le proprie idee.

                 
        Grazie Enzo.

              Daniela

  http://www.comunitaisolotto.org/

http://www.isolotto.net/iso/index.html

                                                                                                                                                                                                                       

     

 

ADRIANA ZARRI: UN ALTRO INCONTRO IMPORTANTE DELLA MIA VITA
 

 

 
Ho “conosciuto” Adriana, per la prima volta, via lettera.

Avevo 14 anni e, leggendo una rivista di approfondimento culturale, trovai un suo articolo che mi colpì: decisi immediatamente di scriverle, con l’incoscienza tipica di quell’ età, non pensando minimamente a chi mi stessi rivolgendo: una grande teologa già all’epoca, autrice di vari libri. Non sapendo a chi indirizzarla, pensai di inviarla alla redazione, che gliela fece avere.

Mi rispose nel giro di niente, non riuscivo a credere che una grande donna come lei avesse potuto prendere in considerazione la mia lettera a tal punto da rispondermi.

Cominciò così la nostra amicizia “scrittoria” che è durata a lungo, arricchendo la mia interiorità, facendomi crescere.

Dopo alcuni anni decisi, dietro suoi reiterati inviti, di provare a condividere , anche se per pochi giorni, la sua vita da eremita e partii per Ivrea.

E’ stata un’esperienza che ha lasciato un segno tanto indelebile che ancora oggi, dopo 30 anni, riesco a riviverla come un film alla moviola, con i suoi lati positivi e negativi, comunque pregnanti.

Per rendere omaggio a questa grande persona, così importante per me, pubblico questa intervista: che possa essere d’aiuto a qualcun altro come lo è stata per me.

                                                                  Grazie Adriana
                                                                       Daniela

 

 

 

 

ORIANA FALLACI: IL MIO IDEALE DI GIORNALISTA (MA NON SOLO) 

Oriana se ne è andata a settembre scorso dopo una vita vissuta sempre in prima linea, sia come donna che come giornalista.

E’ stata per me un ideale sin dalla prima volta che ho avuto l’onore di leggere i suoi libri. Ero un’adolescente e lessi NIENTE E COSI SIA, SE IL SOLE MUORE, LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO, PENELOPE ALLA GUERRA.

Me ne innamorai a primo colpo e decisi che da grande avrei voluto seguire le sue orme, giornalista senza padroni, col coraggio di dire sempre la verità, anche scomoda, sui fronti delle guerre più calde, rischiando la vita come a Città del Messico nel 1968.

Toscanaccia come me, senza peli sulla lingua, senza alcuna diplomazia, intervistò tutti i potenti della terra da cui riuscì a farsi raccontare le verità che nessun altro giornalista, prima di lei, era riuscito a sapere.

Incontrò il grande amore della sua vita, Alekos Panagulis, e con lui visse quella splendida, intensa e breve storia d’amore descritta in UN UOMO.

Andò a vivere a New York, pur non dimenticando mai la sua casa fiorentina sul Viale dei Colli, e lì seppe di avere un tumore contro cui ha combattuto col suo indomito coraggio di sempre.

Fino al settembre scorso, quando ha deciso, nella più assoluta discrezione, di venire a morire nella sua Firenze.

Il suo stile di scrittura ha fatto scuola, le sue cronache, le sue interviste sono state e sono ancora un esempio inimitabile di giornalismo ai più alti livelli.

Per me un ideale da seguire, sempre.

                                                             Grazie Oriana.

                                                     Daniela
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