I Passi di Lighea 

Rivista di approfondimento culturale

a cura di Daniela Domenici

 

 

 

Toscana e Sicilia... le mie due anime ! 

(Sottofondo musicale -  Mussorgskij - balletto dei pulcini )

Almanacco del_ giorno   Profili Recensioni   Eventi   Poesie   Mondo WEB   Ricordi   La_Pagina di Tiz     Toscana  Sicilia   La_pagina di_Angela  

Voglia di_ridere

  Curiosità   Libro 
Ospiti

 

Le mie due anime:  la Toscana  &  la Sicilia.


Sono strettamente intrecciate dentro di me e affiorano a momenti alterni.
Mi sento figlia di entrambe le terre, ho ricevuto in dono le qualità ed i difetti di tutte e due queste splendide regioni italiane, colme di storia e arte, di splendidi paesaggi e di contraddizioni evidenti.
Sono nata in Sicilia nel 1957 da padre toscano e madre siciliana, sono vissuta in Toscana, dove ho studiato,  fino al 1981, sono tornata in Sicilia per matrimonio e qui mi sono radicata profondamente, mai dimenticando la mia anima “tosca”, da più di 25 anni.


Provate a pensare che il “dolce stil novo”, di cui tutti attribuiscono la paternità alla Toscana duecentesca e al gruppo di Cavalcanti e Guinizzelli, è invece stato creato e portato al suo primo splendore qui in Sicilia, a Palermo, alla corte di Federico di II Svevia e poi “esportato” a Firenze, che se ne è attribuita la paternità, dando così inizio a quella mentalità diffusa che quaggiù, nel profondo sud, non si sia mai prodotto niente di buono in alcun campo, il meridione sempre visto come “terzo mondo” dell'Europa, dimenticando che la Magna Grecia  nacque ed ebbe il suo acmè, il suo culmine,  proprio qui.

DEDICATO A MIO PADRE

Viareggio è la città natale del mio papi e ho voluto mettere queste due foto che per me sono simboliche, risalgono al periodo della sua infanzia ed adolescenza.  

 

La prima ritrae l’entrata del Bagno Balena, che è il luogo in cui ho trascorso tutte le mie estati da bambina e adolescente ed il cui proprietario era un caro amico di mio padre, Tommaso. 

   

Quest'altra ritrae una delle vie vicino a casa di mio padre, una traversa in cui lui abitava da bambino e in fondo il campanile della chiesa di San Paolino, che lui frequentava. 

DEDICATO A MIA MADRE

Augusta è la città natale della mia mami e ho voluto mettere queste due foto che per me sono simboliche, risalgono al periodo della sua infanzia ed adolescenza. 

Questa foto ritrae il Palco della Musica alla Villa, cioè ai Giardini, luogo in cui lei passeggiava da ragazza e poi col futuro fidanzato.

Questa foto ritrae la Chiesa Madre, cioè la Cattedrale, la chiesa in cui si è sposata nel 1956 e in cui, poi, ho voluto sposarmi anche io. 

La leggenda delle “ belle Signore” ad Augusta

In fondo all’attuale via Principe Umberto, tra via G. La Ferla e via Alabo, esisteva una volta il convento dei padri Cappuccini; parte di questo è divenuto oggi la scuola elementare “G. Pascoli”. Annesso al convento, vi era un grande orto delimitato da un muro in pietra: la “Silva”.
In un angolo di questa grande recinzione che dava sulla “Strada Mastra”, si narra ci fosse una cappelletta della Madonnina con accanto un buco dove tutte le sere veniva collocata una lampada; da questo anfratto, tutte le notti, a mezzanotte dopo lo scoccare di cento colpi dell’orologio, venivano fuori sette figure di giovani donne tanto belle davanti quanto altrettanto orrende nella parte posteriore.
Queste, tenendosi per mano, saltellavano per tutta la “Strada Mastra” e chiunque si imbattesse in loro doveva ripetere, assieme a loro, il ritornello : “Luni, marti e mercuri trì Joviri, venniri e sabutu sei” ; ciò al fine di ottenere, da queste, favori senza fine.
Si racconta che mastr’Antonino calzolaio, gobbo e malformato dalla nascita, dopo aver cantato con loro, si trasformasse improvvisamente in un bel giovane dritto e ricco.
Mastr’Antonino raccontò l’episodio solo ad un altro gobbo, amico suo, e a nessun altro.
Quest’ultimo, dopo avere atteso pazientemente la mezzanotte, si unì alle “belle Signore” che non si fecero attendere e, legandosi in catena, se lo misero in mezzo per massacrarlo di botte, lasciandolo moribondo, dopo averlo percosso con un nervo di bue perché, al ritornello, lui, credendo di fare cosa ancor piu’ gradita, aveva aggiunto: “E duminica setti!”.
Dalla tradizione popolare siciliana una filastrocca per bambini : 
“ Setti fimmini “

E tirì tirì tirì - setti fimmini e ‘n ‘ntarì
u tarì è troppu pocu - setti fimmini e ‘n piricocu
u piricocu è troppu duci - setti fimmini e ‘na nuci 
‘a nuci è troppu dura - setti fimmini e ‘na mula 
‘a mula spara cauci – setti fimmini e ‘na fauci
‘a fauci è troppu tagghienti – setti fimmini e ‘n serpenti
‘u serpenti è avvilinatu - setti fimmini e ‘nu ranatu 
‘u ranatu è a coccia a coccia - setti fimmini e ‘na boccia 
‘a boccia ietta iacqua - setti fimmini e ‘na vacca 
‘a vacca avi li corna - setti fimmini e ‘na donna
‘a donna scinn’i scali - setti fimmini e ‘nu rinali 
‘u rinali è tunnu tunnu - setti fimmini e ‘u munnu
‘u munnu è tiritì - setti fimmini e ’n ’tarì 
( il tarì è un’antica moneta in uso in Sicilia )

Giorgio La Pira è stato una delle figura più importanti della storia politica, culturale e religiosa del 900 ed in particolare ha ricoperto, per ben tre volte, la carica di sindaco della mia città, Firenze, lui siciliano doc. Io ho fatto il suo percorso al contrario, dalla mia amata Firenze ho scelto di vivere in una città della Magna Grecia, tra Catania e Siracusa. Lui è stato, e lo è tuttora, per me un modello di riferimento fondamentale. Ringrazio il filosofo e giornalista Francesco Comina che ha saputo dedicare queste parole così profonde a questa splendida persona.

                                                                                         Daniela 

E’ difficile raccontare Giorgio La Pira.

A quasi trent’anni dalla morte (5 novembre ’77) e a cent’anni dalla nascita (9 gennaio 1904) la singolare vicenda del “sindaco santo” di Firenze torna a noi come testimonianza vivente di una possibilità storica, reale, pragmatica di conciliazione della politica (polis) intesa nel suo significato profondo: “cura della collettività”, assunzione di responsabilità per le sorti del mondo che arriva fino alla condivisione totale con le attese della “povera gente”.

La fede è stata come l’asse di orientamento di tutta la sua esistenza. Egli era un cattolico senza incrinature nel senso tridentino del termine, fedele ai precetti e devotissimo alla Madonna, che vedeva come trasfigurata nelle terre dell’est comunista e dell’ovest capitalista. Era bigotto e progressista, libero e vincolato, laicista e integralista, curiale e rivoluzionario. Era tutto e il contrario di tutto, ma ogni volta fedele a se stesso e alla sua identità che non accettava gabbie preconfezionate. Avevano tutti ragione i suoi denigratori e per questo motivo avevano tutti torto, perché egli era inaccessibile, incatalogabile, inafferrabile a qualsiasi volontà manipolatoria.

La Pira era un uomo tremendamente solo, monaco per vocazione, che aveva scelto di vivere poverissimo in una cella di pochi metri quadrati nel convento dei Domenicani. “Uomo di dialogo – ha scritto padre Ernesto Balducci – La Pira ha vissuto un colossale monologo in cui si aveva accesso non per mediazione di concetti, ma per nativa capacità di consonanza, senza la quale era fatale restarne esclusi se non proprio irritati” (v. Testimonianze, aprile-luglio 1978)

Eppure il suo silenzio ha chiamato il mondo. Firenze è diventata la città sul monte, come Gerusalemme, la capitale della pace universale, il luogo da cui partire per annunciare la lieta novella ai popoli della terra, ossia che sarebbe nata finalmente una civiltà in cui si sarebbe espunta la legge della forza come monopolio del diritto, la logica della violenza come fine nell’edificazione della società delle nazioni e in cui la rete delle città gemellate avrebbe rappresentato un baluardo alla possibilità molto concreta dell’apocalisse atomica.

La Pira è stato il profeta disarmato del Novecento, il politico più ottimista che la storia italiana abbia mai conosciuto, l’uomo più bizzarro e realista che sia mai seduto sulle poltrone del parlamento; il più vicino allo spirito di san Francesco che abbia mai avuto un ruolo pubblico nel mondo. Enzo Biagi lo descrive perfettamente in un’intervista apparsa sul “Corriere della Sera” il 19 gennaio del 1975: “Sta sempre nella piccola stanza di via Gino Caponi. Il letto è invaso dai libri. Sopra al tavolo di lavoro l’icona che gli regalò il patriarca di Mosca. E’ sorridente, sereno. Crede. “E se fosse vero?”. Disse una volta la filosofo marxista Lukacs. “Io risorgerò con il campanile di Giotto”. Lo hanno chiamato in tanti modi: “Il sindaco santo”, ma anche “il sanculotto eucaristico”, “Il bolscevico del Vangelo”. Per me è un grande saggio e un puro di cuore: “Caro amico, le rondini tanto fragili volano da un continente all’altro. Non è un prodigio?”. Guarda il cielo ma cammina sul sentiero. Dedicò la sua tesi di laurea alla Madonna, ma a trent’anni era già professore di diritto romano all’università. Qualcuno dice: “E’ un esaltato, un visionario”. Ricevendo a Palazzo Vecchio, nel 1958, la più alta autorità di Pechino, così lo salutò: “Dica al suo Governo che la Repubblica di Firenze riconosce la Repubblica Popolare di Cina”. Risate e scandalo. Adesso Kissinger vola da Mao” (…).

La Pira aveva fama di santità e stregoneria. Alcuni episodi curiosi sono stati raccontati da Balducci, suo consigliere e collaboratore per molti anni: “Un giorno – racconta Balducci – l’assessore alle finanze minacciò le dimissioni perché contrario alla politica del sindaco rivolta così prepotentemente ai poveri. La Pira lo guardò fisso negli occhi e gli disse: “Guarda che se tu ti dimetti, muori”. Nella notte all’assessore venne una febbre altissima. Si attaccò al telefono e disse: “Non mi dimetto, resto!”. E anni prima, quando la politica vaticana di Pio XII infastidiva uomini come Balducci, Turoldo, Mazzolari… ci fu un momento in cui Balducci andò da La Pira a rivelare questo fastidio e La Pira rispose: “Ma Balducci c’è anche la morte” e infatti dopo poco dopo il Papa morì.

La Pira aveva anche il dono dell’umorismo, una facoltà che gli consentiva di vivere in piena libertà e letizia dentro il mondo severo e poco avvezzo al riso delle istituzioni.

Tre sono le fasi storiche che possono sintetizzare la vita intensa di Giorgio La Pira:
-la fase teorica, che si chiude nel 1948
-la fase pratica che abbraccia gli anni in cui La Pira è stato sindaco di Firenze (1951-1964)
-la fase planetaria, in cui La Pira svolge un ruolo di primo piano come ambasciatore di pace fra le nazioni

                                                                                                                                               Francesco Comina

 

 

 

La Luna

Lunae particula timide apparet 
sub caelo astris distincto ac nitido 
mensis martii, ventosi insanique.
Iocosus cupidusque puer, 
aere inspicit eam inquirente 
adductus ludus puerilis in caelo 
infinito ac remoto accidit. 
Nocte luna apparet, augescit, 
evolat, acta e sole excaecante 
orientis diei.
Instans, revenit, et e parva falce 
in particulam aurei mali mutatur, 
celsa et superba, 
persuasa solis radius, 
tremiscens caesusque 
precipitem aufuget, 
et in caelum peragret, 
inter milia miliaque punctilla 
remotas perpetuas lucernas.
Victa irataque, luna 
inflatur, globatur, 
et certaminis risum convertit 
in magis magisque hostem.
Effundet argentatis radiis 
super prata vallesque 
qua viridiis induit Aprilis, 
amantibus duobus admiratione beata.
Sol tamen, perpetuo pervicax, 
invidus fortisque, 
vehementer mortifere impellit, 
et rotunda, perpasta et iocosa 
particulam fit aurei mali rursus, 
postea falcem, deinde evolat.
Ludus perpetuus, fortasse.

'U spicchiu di luna cumpari 
'ntra un cìalu stiddatu e lucenti 
di marzu, vintusu e assà pazzu.
Un carusu, curiusu e dubbiusu 
la talìa cu' aria 'ntricanti 
sicuru ca un jùacu di pupi 
succedi 'nta lu cìalu dda affunnu.
La luna di notti cumpari, pùa crisci, 
scumpari, assicutata d'un suli cicanti 
di lu juarnu ca nasci.
'Nsistusa, arritorna, e di fanci assa' nica 
'nu spicchiu d'aranciu addiventa 
cchiù sicura e cuntenta, 
cunvinta ca ddu rraggiu d'u suli, 
scunfittu e trimanti, 
luntanu havi a scappari, 
e firriari, 
'na pìcciula punta tra milli e cchiù milli 
stidduzzi luntani ed eterni.
Scunfitta e arrabbiata, la luna 
si gunchia, tunna addiventa, 
e talìa rridìannu e sfidannu 
ddu tistuni 'nnimicu di sempri.
Accumincia a mannari li so' raggi 
d'argentu pi prati e vadduna 
ca aprili già inchi di virdi, 
cuntenta d'essiri taliata di du' 'nnamurati.
Ma ddu suli, tistardu di sempri, 
'nvidiusu e putenti, 
cci duna 'na spinta murtali e viulenta, 
e di tunna, iuculana e grassuna 
'nu spicchiu d'aranciu addiventa, 
e pua fanci, e pua nenti.
Forsi è un jùacu, di sempri. 

Un timido spicchio di luna compare 
sotto un cielo stellato e lucente 
di marzo, ventoso e un po’ pazzo. 
Quel bimbo, curioso e impaziente, 
la guarda con aria intrigante 
sicuro che un giuoco infantile 
si svolge nel cielo infinito e profondo. 
La luna di notte compare, un po’ cresce, 
scompare, cacciata dal sole accecante 
del giorno nascente. 
Insistente, ritorna, e da piccola falce 
uno spicchio d’arancia diventa, 
più sicura e contenta, 
convinta che il raggio solare, 
sconfitto e tremante, 
debba lontano scappare, 
ed errare, 
puntino tra mille e più mille 
lontanissime eterne lucerne. 
Sconfitta e adirata, la luna 
si gonfia, rotonda diventa, 
e un sorriso di sfida rivolge 
al cocciuto rivale di sempre. 
Comincia a inondare di raggi 
argentati le valli e i bei prati 
che Aprile comincia a velare di verde, 
felice di esser mirata da due innamorati. 
Ma il sole, tenace da sempre, 
invidioso e potente, 
un spinta violenta e mortale le imprime, 
e da tonda, grassoccia e gioconda 
uno spicchio d’arancia diventa, 
e poi falce e poi niente! 
Forse é un giuoco, da sempre.

FEDERICO MESSANA

L'AMURI 

- Mamma, chi veni a diri 'nnamuratu? 
- ...Vóldíri... un omu ca si fa l'amuri. 
- E amuri chi vóldiri? - ...E' un gran piccatu; 
è 'na bugía dí l'omu tradituri!

- Mamma..., 'un è tantu giustu 'ssu dittatu... 
ca tradímenti non nn'ha fattu, Turi! 
- Turiddu?... E chi ti dissi, 'ssu sfurcatu? 
- Mi díssi... ca prí mía muria d'amuri!

- Ah, 'stu birbanti!... E tu, chí ci dicisti?... 
- Nenti! ... Lu taliai ccu l'occhi storti... 
- E poi?... - Mi nni trasii tutta affruntata!...

- Povira figghia mia! ... Bonu facisti! ... 
E... lu cori? - Mi batti forti fortíi... 
- Chissu è l'amuri, figghia scialarata!

Nino Martoglio

 

ORTIGIA 

Nel cuore di uomo solo un'isola di amore emigrato, 
scoglio scolpito dal tempo, 
mare di sogni spumeggianti; 
anche tu, ancora greca, respiri pace e fantasia, 
immobile, 
in attesa di volare. 

Luca 1982

domenica, 18 marzo 2007
LA SPIAGGIA SPARITA

Stamattina mi sono alzato col desiderio di una passeggiata sulla spiaggia. Ho telefonato al mio amico Antonio. Mi ha risposto che gli sarebbe piaciuto passare una bella mattinata a contatto con la natura ma stava per uscire con la moglie. Ho preso la mia vecchia auto. Viale dei Tigli era splendente di sole; il profumo della pineta m’inondava. Ho parcheggiato vicino alla rotonda, sul viale a mare di Torre del Lago Puccini. Ho attraversato il tratto di dune, leggermente in salita, su un viottolino di sabbia. All’emergere, verso la sommità, d’improvviso ecco la sciabolata dell’immensa distesa della spiaggia e del mare all’aria tiepida incantata di un mattino solatio.Un’occhiata verso nord. Lontanissima, appena percettibile, la massa confusa degli stabilimenti balneari e dei capannoni dei cantieri di Viareggio. A sud niente corpi estranei, l’occhio è corso libero, dal mare, con qualche rara vela all’orizzonte, alla spiaggia, alle dune, alla macchia verde dei pini del Parco Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli, che da Viareggio si estende fino a Livorno: una fascia compatta di foresta che contrassegna la costa nord della Toscana e che, insieme all’altra vasta pineta della Maremma, da Punta Ala all’Argentario, appare come un miracolo tra tanta corsa allo 

sfruttamento edilizio del periplo costiero della Penisola; per decine di chilometri mare, spiaggia, dune, bosco; nient'altro. Ogni anno la spiaggia cresce di qualche metro; negli ultimi trent'anni è avanzata per qualche centinaio di metri. le cabine dei bagni adesso sono a centinaia di metri di distanza dalla battima. Il fenomeno deriva dalla relativa vicinanza delle foci dei fiumi Serchio e Arno. 

Mi sono seduto sulla sabbia per leggere qualche articolo delle pagine culturali dei due giornali acquistati all'edicola della marina. Ho resistito un quarto d'ora; poi mi sono alzato per camminare, assaporare ogni minuto della mattinata, ascoltare la quieta musica dei lievi movimenti dell'acqua sulla superficie di sabbia, seguire i percorsi dei pensieri. Mi son venute in mente le immagini delle spiagge della Vetrana e dei Pilieri, a Trabia. Una striscia stretta di sabbia, nel tratto Vetrana-Pilieri, sotto la pressione di ville che protendono muri e inferriate fino a contatto col mare, specie d'inverno, quando le mareggiate vi si infrangono; un'altra spiaggia, dai Pilieri a San Nicola, un tempo piccolo paradiso di noi bambini, oggi cancellata e trasformata in un malsano e maleodorante acquitrino, dove da anni marciscono le alghe; un chilometro di spiaggia sparita sotto una marea di cannicci selvatici a causa della messa in opera di una barriera di grossi massi per contrastare, si pensò, un'incipiente erosione. Non credo che siano stati fatti degli studi per accertare le cause dell'erosione, che era di esigua entità. Da profano, s'intende, mi sembra ragionevole imputare questo effetto all'allungamento del molo est del porto di San Nicola: bastava farlo curvare verso ovest per evitare l'impatto con le correnti marine che alimentavano di sabbia la spiaggia. Ho fatto i bagni ogni estate su quella spiaggia, che rimaneva un po' appartata rispetto all'altro braccio in direzione della Vetrana. I palermitani, e gli altri forestieri, venivano attirati dalla vista fascinosa della spiaggia di ponente; non si affacciavano neanche oltre il piccolo promontorio che divide le due spiagge all'altezza del valloncello (piccolo torrente o fosso) dei Pilieri. Così, noi trabiesi, facevamo il bagno, e ogni tipo di gioco, tra pochi intimi (per così dire). I ricordi si affollano... quella spiaggia mi ha visto correre felice fanciullo e giovinetto. Mia madre da bambino mi raccontava di una scenetta che si ripeteva su quella spiaggia nei primi anni del Novecento. Allora non c'era ombra di case. La sabbia era delimitata da folte siepi di canne e di rovi a protezione delle coltivazioni dalle violente mareggiate. Si entrava in spiaggia da qualche campo non coltivato o da tortuosi viottoli tra i canneti. Di tanto in tanto mio nonno Antonio portava le donne di casa a fare il bagno al mare. Le figlie erano cinque, oltre ai cinque maschi. Il nonno, pantaloni alla zuava, stivali, giacca di velluto, coppola e scupetta sulle ginocchia, stava seduto su una pietra allo sfocio del valloncello di Pilieri. Mia madre e le sorelle, sulla spiaggia deserta, si toglievano le vesti e in sottana si buttavano in acqua, sguazzando e spruzzandosi l'un l'altra tra risate e grida di gioia. Il nonno vigilava dal suo posto di guardia, che era anche l'unico accesso alla spiaggia; nessuno poteva azzardarsi ad avvicinarsi: con significativi segni della mano, a qualche raro individuo che accennava a voler passare, con sguardo torvo, diceva: “Di cca nun si passa, ci sunnu fimmini!”, e smanettava col fucile, pronto a puntarlo. 

Adesso la spiaggia è sparita. Non sono il solo a pensare che è stata spuntata una delle armi più efficaci per il decollo del turismo a Trabia; senza una vera necessità, come vedremo. 

Antonio Carollo 

 

I VIAREGGINI

Questo popolo deriva dall'incrocio di genti diverse trovatesi quasi per caso in un lembo di terra per secolo inabitabile ed inabitata. Genti tenaci nel dissodare terreni avari o affrontare i rischi di lunghe navigazioni, La gente di Viareggio non è dunque autoctona ma proprio per questo ricca di tanto sangue, impastata di molti vizi e di molte virtù. 

La gente di Viareggio è dunque gente d'esperienza e pronta a far la valigia in ogni momento (lo dimostra il proliferare d'agenzie immobiliari). 
La gente del posto è individualista e generosa, abituata a far da sé e cosciente del fatto che quando si è sul peschereccio, se non ci si aiuta ci si perde senza rimedio. Ciò porta anche agli eccessi, come le litigate tra le varie associazioni di volontariato per salvare un ferito o fra bagnini per fare un salvataggio in mare. 

Da una sana rivalità con i cugini lucchesi, ritenuti parsimoniosi all'eccesso, il viareggino è spendaccione e di manica larga. "Il viareggino tanti ne ha quanti ne spende". 
Molti viareggini lavorano un'estate intera per "levarsi una soddisfazione", infatti, non sono pochi quelli che dopo "aver fatto la stagione" come bagnino, cameriere o buttafuori, si ritrovano a Parigi o a Bangkok a spendere fino all'ultimo centesimo. 
I non viareggini dicono: "A Viareggio tre cose in abbondanza; acqua, rena e ignoranza". Non si può negare che in questo detto ci sia un fondo di verità, ma in fondo l'ignoranza non è altro che un modo di fare, cioè il non andare troppo per il sottile. Il viareggino è schietto e per questo può sembrare sgarbato e ignorante (che significa maleducato). La schiettezza in ogni modo ha per contrappeso la disponibilità e l'ospitalità, non tanto quella a pagamento per i turisti, ma quella riservata agli amici, non importa se di lunga data o di pochi minuti

 

 

 

       NUI  SICILIANI  

Avèmu appellatìu di mafiùsi 
sta cruci ca ni purtàmu già di carùsi 
Sèmu figghi di sta terra
e nni fànu tutti a vérra 
Nunn’è vveru ca semu tinti
di virtù n’avemu tanti 
U nosru cori jè gginirusu
è ssempri apertu e nnunn’è cchiusu
Sèmu sempri nt’alligria
e nni piasci a cumpagnìa
Quànnu nzemi ni truvàmu
tutti pàri ni sciàlamu 
Se ssi junci u furastèri
nunnu u lassàmu pèri pèri
Comu nfràti lu trattàmu 
e a nosra casa lu purtàmu
Picchì semu rrìvirenti
cu nnùi stissi e ccu ttanta ggènti
Di travàgghiu nui campàmu
e ssacrifisci ni fascèmu 
A ddignitàti avèmu i sabbàri
ppi putìri mpàsci campàri 
E spizzàmula sta catìna
picchì nun semu genti mischìna
Semu bboni cristiani
ancora megghiu Siciliani.

Daniele Sebastiano

(N'Zinu da Brucoli)  2002 

 

 

       NOI SICILIANI  

Abbiamo l’appellativo di mafiosi
questa croce che ci portiamo già da bambini 
Siamo figli di questa terra
E ci fanno tutti la guerra 
Non è vero che siamo cattivi
Di virtù ne abbiamo tante 
Il nostro cuore è generoso
È sempre aperto e non è chiuso 
Siamo sempre nell’allegria
E ci piace la compagnia 
Quando insieme ci troviamo
Tutti insieme ci divertiamo 
Se si unisce un forestiero
Non lo lasciamo in giro da solo 
Come un fratello lo trattiamo
E a casa nostra lo portiamo 
Perché siamo rispettosi
Con noi stessi e con tanta gente 
Di lavoro noi campiamo
E sacrifici ne facciamo 
La dignità dovevamo conservare
Per potere in pace campare 
E spezziamola questa catena
Perché non siamo gente meschina 
Siamo brave persone
Ancora meglio Siciliani. 

      WE SICILIANS 

We have the name of “mafiosi”
This cross which we have been bringing  since we were children 
We are sons of this earth
And everyone is at war with us
It’s not true that we are bad
We have many virtues 
Our heart is generous
It’s always open and it’s not closed
We are always in gaiety
And we like companionship
When we are all together
We enjoy ourselves 
If a foreigner joins us
We don’t leave him alone around
We treat him like a brother
And we bring him to our home
Because we are respectful
Toward us and toward many persons
We live thanks to our job
And we do many sacrifices
We had to save our dignity
To be able to live in peace
And let’s break this chain
Because we are not mean persons
We are good persons
Even better Sicilians.

 

Venere sicula 
Dedicata a mia Madre
C’era ‘na vota
‘na fimmina
accussì bedda
ca lu suli,
appress’a idda,
si putìa ammucciari. 
Nascìu ‘u iornu
Di San Giuvanni
E tutta ’a malìa
Di dda festa,
intra ‘u so cori,
idda sabbava. 
Du’ stiddi
Lucenti e niuri
L’occhi di sta carusa,
‘a risatedda so
duci com’u meli
di zagara. 
Nascìu inta l’isola
Di Trinacria
Criscìu bedda
Comu ‘na sirena:
Venere
S’avìa a chiamari. 
E quannu ‘u so Ulisse
Passàu di dda,
ppi casu,
idda l’ ammaliàu
ca so biddizza
e spittizza rara. 
Int’a terra di Dante
Si nn’ieru
E dda, ‘a Venere Sicula
Tosca addiventau,
ma non si scuddàu mai
‘a so isola luntana.

                                                       Daniela
             

                          Gustav  Klimt

 

 

CAPRAIA ISOLA (introduzione)

Eppure il vento soffia ancora
con su le navi ancorate in quel porto che fù
dei tanti o dei pochi prodigiosi navigatori che
osarono sfidare le forze della natura.
Quello che fù il vecchio non è più
soppiantato dal nuovo in quel di Capraia
io stò sudando aspettando che il dolce vento
m'ispiri per poter continuare a scrivere
cose remote per un tempo a venire.



Capraia Isola

Aspettando la sospirata sera
il ricordo di me
mi sospinge e m'aiuta
a pensare il domani.

Infiniti spazi liberi
ruotano intorno a me,
spaurita la gente
cerca di mostrarmi

quel che di umano
non ha dimenticato ancora
celando cose antiche
sprofondate nella memoria.

Volti rattristati e malinconici
incontro per le desolate vie
quando ambulo in cerca
d' allegra compagnia.

Quando arriva
la nave è festa
per tutti quanti
anche per noi.

                                              Giovanni Margani

 

 

Alla mia Mamma favolista

DUE NONNE, UNA TENDA ANTICA

Nonna Pina, per favore, ci racconti una favola? Ma non le solite, sono noiose…e poi le conosciamo a memoria! Inventane una tutta per noi, è più divertente!”“Va bene, state ad ascoltare: tanti anni fa c’era una bambina come voi, con i riccioli neri e le guance rosse. Andava quasi tutti i giorni a trovare la sua nonna – aveva il mio stesso nome, Giuseppina – una donna piccola piccola con un grande sorriso. Ogni volta accoglieva la sua nipotina con un regalo messo da parte apposta per lei o con il racconto di una nuova fiaba.
Un giorno, mentre la bambina ascoltava sognante, il suo sguardo si posò curioso sulle grandi tende bianche attaccate alla finestra della cucina: erano tutte ricamate e, in trasparenza, si vedevano tanti angioletti che, felici, danzavano tenendosi per mano. Da quel momento, ogni volta che andava dalla nonna, la bambina restava incantata a guardarli, non riusciva a pensare ad altro, finché un giorno trovò il coraggio di chiederle quale fosse la storia di quegli angioletti.
E la nonna cominciò: “Quando avevo diciotto anni ed ero appena sposata, tuo nonno Iano fu richiamato per andare in guerra. Pensavamo tutti e due che sarebbe tornato presto, e invece stette via per tre lunghissimi anni. Per ingannare il tempo, nell’attesa del suo ritorno, cominciai a ricamare una tenda, e poi l’altra; una volta finite, le ho attaccate a quella finestra e da allora sono rimaste sempre lì. Racchiudono i ricordi più cari della mia vita: hanno visto venire al mondo la tua mamma e poi te”.
Sono passati tanti anni e la piccola nonna dal grande sorriso adesso non c’è più, e la casa dalle tende incantate è stata regalata alla nipotina, perché così aveva voluto la nonna. Quando la bambina, ormai grande, è tornata nella vecchia casa, la finestra della cucina era spoglia: le tende con gli angioletti ricamati non c’erano più. Le ha cercate dovunque e, alla fine, le ha trovate in fondo ad un vecchio baule polveroso. Felice e un po’ emozionata le ha attaccate alla finestra, sulle loro aste di legno chiaro.
Forse, se qualcuno l’avesse vista, avrebbe notato nei suoi occhi il riflesso degli antichi ricami delicati, i segni di un racconto ormai tanto lontano”. “E’ bella questa storia, nonna, ma perché piangi?”


 

TRAPANI

Terra ri mari e ri piscaturi,
vota lu cielu e si purtàu lu suli,
sciuscia u ventu e tira a'ffannu,
ansacca u mulu e vissi tuttu l'annu.
Trapani bella Trapani mia,
nà ucca sentu u meli ri tanta cortesia,
nà terra ri cumpari cà puttànnu vinti altari,
vérsunu lacrimi amari pà festa rò signuri.
Visti u niuru in facci ò mari,
i vacchi trasevanu e u pisci a natari,
chista è Trapani figghia rò suli,
a comu cancia u tempu s'arricugghian li muli.

                                Salvatore Di Giorgio


Le onde sono le rose 

Girar per le strade 
cullate di notte dal rumore del mare, 
entrar nelle case di allegre ragazze 
svelte a picchiar sulle mani lunghe;
in darsena l'ascia,
Tenera come una penna, 
sicura a disegnar bastimenti; 
navigare fino alle fredde gole 
che versano il vento del Nord, 
e presto tornare a Viareggio; 
essere uno che quando muore 
gli fanno uno spontaneo trasporto 
dolce di fiori e popolo. 
Questa è la gloria dei viareggini. 
Le onde sono le rose, 
i bastimenti sono le vigne.
                                       di Mario Tobino

 

Torna alla HOMEPAGE

 

 

 

Almanacco del_ giorno   Profili Recensioni   Eventi   Poesie   Mondo WEB   Ricordi   La_Pagina di Tiz     Toscana  Sicilia   La_pagina di_Angela  

Voglia di_ridere

  Curiosità   Libro 
Ospiti